Via Broletto 34: i segreti del brano di Sergio Endrigo

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Alcune canzoni, più di altre, hanno un potere evocativo fortissimo. Riescono a dipingere scenari e a creare atmosfere immaginifiche ben precise nella mente dell’ascoltatore. È quello che succede ascoltando Via Broletto 34, un brano di Sergio Endrigo del 1962.

Siamo a Brera in un giorno di pioggia d’autunno inoltrato. È uno di quei giorni che chi vive a Milano conosce molto bene: grigio il cielo, grigia la strada, grigia la gente che passa. Il silenzio è rotto da qualche clacson e dal fruscio delle gomme delle macchine sull’asfalto bagnato.

Per le vie di Brera però c’è un’aria diversa.

Siamo negli anni ’60, ma non è troppo dissimile da oggigiorno, perché a Brera il tempo si perde in una quiete in perfetta armonia con gli edifici austeri, eleganti e dai portoni imponenti di alcune strade, e con le finestre piccole e regolari di altre, che fanno quasi pensare che quelle case siano abitate da bambole di porcellana. I colori dei palazzi sono caldi e riscaldano il grigio della strada, fatta di ciottoli di porfido, così scomodi per alcuni, ma così graziosi alla vista. Ancora di più in un giorno di pioggia, quando l’acqua li fa luccicare come pietre preziose.

È in questo scenario che si aggira il personaggio della canzone: un gentiluomo vestito bene, con un cappello e un ombrello che porta a mo’ di bastone. Perché ha smesso di piovere. È forse un perdigiorno per poter gironzolare tranquillo in una mattinata lavorativa – come me la sono immaginata – ma quell’aria da dandy lo rende così garbato e “a posto”.

Tornando alla musica, questa canzone è un gioiellino. Il garbo del nostro dandy lo ritroviamo nel picchiettare degli archi in sottofondo e nell’uso di parole gentili e di vezzeggiativi (noccioline, forellino, bimba mia, bel viso, fiore). La musica, la melodia e il modo di cantare di Endrigo ci trasmettono calma e tranquillità. E così, con questa tenue sensazione addosso, potremmo arrivare fino alle note conclusive e dire che si è trattato di una bella canzone. Piacevole.

Questo accade molto spesso quando ascoltiamo la musica con poca concentrazione, solitamente come un sottofondo mentre stiamo facendo altro. Accade che ci perdiamo il lato più interessante. Infatti, questa canzone di Sergio Endrigo ha un sorprendente lato dolceamaro. Tragico addirittura, e celato perfettamente dalla garbatezza dei toni e dell’immaginario.

Vi ricordate il nostro raffinato gentiluomo che va a zonzo per le vie di Brera in un giorno piovoso? Beh, in realtà è un assassino. In Via Broletto 34 (una curiosità: nella realtà non esiste il civico 34 in quella strada) abita la sua fidanzata, tanto bella e che lui tanto ama, ma che non sembra ricambiare allo stesso modo. E lui finisce per assassinarla.

L’avreste mai detto?

Il brano tratta dunque un tema più attuale che mai: il femminicidio. E lo fa, tutt’altro che anacronisticamente, con tutte quelle sfumature a cui la cronaca degli ultimi tempi ci ha abituato: la gelosia, la possessività, l’ossessione.

Troppe volte mi lascia solo
E torna quando le pare
E poi mi guarda appena, non dice dov’è andata
Tante volte penso di lasciarla
Io vorrei ma non posso andare
È la mia croce, la mia miseria
Ma è tutta la mia vita
Per me è tutto il mondo
È tutto quel che ho

Il finale è davvero sorprendente. È la vera ciliegina su questa squisita torta cantautorale. E non uso il termine ‘torta’ a caso, poiché l’epilogo ha dei connotati dolci nella forma – innocenti oserei dire! – nonostante sia la scena più efferata e tragica della storia. Ma indovinate come la racconta Sergio Endrigo? Ancora una volta con il garbo del nostro dandy milanese e delle strade di Brera.

Se passate da via Broletto
Al numero 34
Potete anche gridare, fare quello che vi pare
L’amore mio non si sveglierà
Ora dorme e sul suo bel viso
C’è l’ombra di un sorriso
Ma proprio sotto il cuore
C’è un forellino rosso
Rosso come un fiore

Non so voi, ma io ci vedo del genio.

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