Nessuno vuole essere Robin: il significato del brano di Cremonini

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Difficile spiegare come una canzone riesca a concentrare in 4 minuti e mezzo l’intero stato d’animo di una vita e i sentimenti contrastanti che la caratterizzano. Cesare Cremonini fa ciò che tanti provano a fare: descrivere situazioni difficili da portare in superficie, incomprensibili. Mette in musica la frustrazione dell’incomunicabilità e la sensazione di non riuscire a spiegare, a risolverci, anche con chi reputiamo vicino, e lo fa attraverso la delicatezza musicale che lo contraddistingue.

Nessuno vuole essere Robin è un inno alla forza della fragilità che colpisce e rende liberi. La libertà di poter esprimere il dolore e rimanerne incantati a professarlo e osservarlo. Perché è così che si fa. Bisogna ascoltarlo in silenzio – il dolore – e metabolizzarlo, senza che qualcuno venga a spiegarcelo.

Siamo troppo incentrati sul rumore, sul cercare di non rimanere mai senza parole che quando succede di rimanere in silenzio ci sembra molto più assordante e ingestibile, da non riuscire a decifrarlo. Questa è una di quelle canzoni che ci insegnano a comprenderlo, a dedicarci a esso, a pensarlo come fonte di rifugio e di armonia.

Ho una spina in gola che mi fa male, fa male
Fammi un’altra domanda che non riesco a parlare

Tratti distintivi di una canzone che conduce verso la risoluzione dei pensieri più intimi. Parlare non è così fondamentale, alle volte. Non ci fa stare meglio, ci illude che il gettare fuori parole possa portarci a far pace con noi stessi – e con gli altri. Ma spesso provoca solo altra sofferenza: senso di angoscia perché – davvero – non riusciamo a esprimere al meglio ciò che turba la nostra serenità. Impossibile spiegare, decisamente improbabile anche solo avvicinarsi a una risoluzione.

Quel che vorrei dirti stasera è
Non ha importanza
È solo che a guardarti negli occhi mi ci perdo
Quando il cielo è silenzioso mi nevica dentro

Il nodo in gola che non va via, la voglia di riuscire a dire qualcosa che –  sappiamo già – potrà venire frainteso, recepito come incomprensibile, fuori luogo, stonato. Quella sensazione di incomunicabilità che si percepisce quando vorremmo esprimere qualcosa di davvero intimo e distaccato dalla comune futilità dei discorsi accesi, urlati. Quindi si parte con la volontà di raccontarsi, di esporre se stessi al giudizio altrui, ma ci si ritira indietro. Basta davvero poco: una postura disattenta, uno sguardo disilluso e la percentuale di attenzione, che in quel momento vorremmo massima, tracolla vertiginosamente nella nostra mente. Bastano pochi istanti di secondi per far cambiare idea e, spesso, in questi momenti, ci si focalizza su dettagli impercettibili. Ci si perde negli occhi della persona che abbiamo davanti, quelli verso cui stiamo gridando aiuto ma che non riescono a comprendere la lotta, il disagio, la voglia di svelarsi che viene fatta vana da quell’indescrivibile pensiero che si possa venire giudicati. Sensazioni di assoluta incapacità comunicativa che ci portano a vivere emozioni contrastanti.

Quando fissare un cielo silenzioso ci conduce verso sentieri invalicabili. E ci nevica dentro.

Intanto i giorni che passano accanto li vedi partire come treni
Che non hanno i binari, ma ali di carta

L’incomunicabilità porta sofferenza e questa ci conduce verso il pensiero di rimanere inermi davanti ai giorni che passano. Siamo tutti più soli: tutti col numero dieci sulla schiena, ma pronti a sbagliare i rigori. Siamo volubili, evanescenti di fronte al tempo che scorre e non ci dà modo di riflettere, di tornare indietro e cambiare parole, istanti, modi di fare, di chiedere aiuto.

Perché passiamo le notti aspettando una sveglia
Ci prendiamo una cotta per la prima disonesta
Complichiamo i rapporti come grandi cruciverba
E tu mi chiedi “perché?”

Fammi un’altra domanda
Che non riesco a parlare

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