Mio Fratello è Figlio Unico: Rino Gaetano e la sua anima malinconica

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Quando si parla di Rino Gaetano, di solito si pensa ad un cielo che è sempre più blu, a Gianna che aveva un coccodrillo e un dottore e alla strana coppia formata da un cappello a cilindro e un ukulele. Insomma, ad una musica gioiosa e irriverente, accompagnata da una buona dose di eccentricità e apparente nonsense.

Ma in Rino Gaetano c’è molto, molto di più. Come Pierrot, come la saudade brasiliana, dietro la gioia ci sono malinconia e malessere. E la dimostrazione più lampante è forse l’album Mio fratello è figlio unico, del 1976, suo secondo lavoro in studio, dalla forte impronta intimista. I temi principali del disco sono la malinconia e il suicidio, come si può capire ascoltando attentamente i testi.

La title track certo non ha bisogno di particolari presentazioni, essendo uno dei pezzi più famosi della produzione del cantautore crotonese. Giustamente, anche.

Perché è convinto che nell’amaro benedettino
Non sta il segreto della felicità
Perché è convinto che anche chi non legge Freud
Può vivere cent’anni
Perché è convinto che esistono ancora
Gli sfruttati, malpagati e frustrati

E chi non si è mai identificato in questo? L’alienazione nei confronti di un mondo senza senso la fa da padrona, ma è quel “e ti amo, Mario” che ci salva. Tutti abbiamo un fratello che è figlio unico, e tutti lo amiamo.

Sfiorivano le viole , anche lei conosciutissima, è invece una ballata romantica molto delicata a ritmo di samba. Il tema è l’attesa: il clichè della ragazzina che diventa donna pronta per essere amata è ravvivato dagli esempi che Gaetano fa per indicare quanto eterno sembra il tempo “Mentre io aspettavo te”: lo Stato va avanti (“si promette e si mantiene a volte”, incredibile!), Il Marchese de la Fayette fa in tempo a tornare dall’America per importare la Rivoluzione (“e un cappello nuovo”, che non guasta mai), e Bismarck fa in tempo a realizzare l’unità germanica e ad annettersi mezza Europa, e lui è ancora lì che aspetta. L’inserire personaggi storici praticamente a caso è quel che dà l’originalità al pezzo e lo solleva dalla melensaggine.

Glu glu invece si discosta dalla malinconia per entrare nella disperazione. È il racconto di un suicidio, né più né meno, mascherato dall’allegria della musica, dalla ripetizione dell’onomatopea e della rima con igloo, che rende il tutto grottesco, buffo.

C’è un attimo però l’aereo per Francoforte
Non ho più preso il treno da quattro anni almeno
Un marinaio del Pireo sulla faccia aveva un neo
La moglie inglese Mary gli schiacciava i punti neri

Che vuol dire questa parte? Che il resto del mondo va avanti, nelle sue disgrazie, e a nessuno importa se la suicida annegando fa glu glu. In questa parte, apparentemente senza senso, sono presenti in realtà diversi riferimenti alla cronaca dell’epoca.

Non ho più preso il treno da quattro anni almeno

Il riferimento è alla “strategia della tensione”, con le bombe sui treni (strage dell’Italicus nel ’74, attentati contro alcuni sindacalisti metalmeccanici nel ’72 proprio nella sua Calabria).

Un marinaio del Pireo sulla faccia aveva un neo
La moglie inglese Mary gli schiacciava i punti neri

Il riferimento qui è alla repressione delle proteste del popolo greco contro il regime dei colonnelli, partita il 17 novembre del 73 con l’azione dei carri armati contro l’Università di Atene con l’ingerenza dell’Inghilterra.

Altro pezzo famosissimo è Berta filava, introdotta da un riff di basso che in realtà è ostinato. Canzoncina apparentemente allegra e disimpegnata, è un manifesto della (falsa) liberazione sessuale femminile e delle sue conseguenze. Il “filare” non è solo attività tessile, è anche “filare” in compagnia di qualcuno, cioè Mario e Gino. E nasce un bambino che non si sa di chi sia, ma Berta continua a filare l’amianto del vestito del santo. Cioè: Mario e Gino sono coperti dal vestito del santo, non bruceranno mai, mentre invece Berta deve cullare il suo bambino da sola. L’uomo non ha mai colpe né responsabilità (grazie anche all’atteggiamento delle donne, è Berta che fila i loro vestiti), perché queste ricadono tutte sulle donne, nonostante tutti i bei discorsi sulla libertà femminile in cui Berta ha creduto.

Dopo Berta filava, il disco si avvia alla sua conclusione con gli ultimi tre pezzi, che sono il vero cuore dell’album.

Rosita è una delle canzoni più enigmatiche del disco. Chi è Rosita? Una fidanzata o un’amante? No, quella è Daniela. Si intuisce essere una figura d’importanza fondamentale, probabilmente nemmeno una persona in carne ed ossa. Il protagonista della canzone è una persona come tante, con un lavoro e una carriera sicure, una più o meno fidanzata e un’auto nuova. Però è una persona sola, lo si capisce bene, senza veri legami, che vive in uno stato di alienazione. Ma ecco che

Ieri ho incontrato Rosita, perciò questa vita valore non ha
Com’era bella Rosita, di bianco vestita, più bella che mai

Un’apparizione, praticamente. La vita non ha più valore, perché Rosita è la liberazione, è il cambiamento radicale. La morte, insomma, l’idea di farla finita con una vita senza senso. Anche la voce di Gaetano, ancora più graffiante e disperata del solito nel suo urlare, dà quest’idea.

Ne Al compleanno della zia Rosina si respira la stessa aria di solitudine e distacco, ma in un altro contesto. L’atmosfera suggerita è quella di una piccola stazione di un qualche paesino sul mare, nel sud. Sembra quasi di vederla, la piccola costruzione imbiancata a calce con pini marittimi e il brillio del mare sullo sfondo. Il cantante osserva la vita che gli passa davanti a ogni nuovo treno che si ferma, mentre lui aspetta il suo ingannando l’attesa bevendo. Beh, il treno, l’occasione della vita, non arriva, e c’è tutto il tempo di immaginare con ironia il proprio funerale, con i portatori della bara che si fingono tristi ma dentro di sé bestemmiano per l’incombenza, e la vita comunque va avanti e si può continuare ad osservarla e, oh, a proposito, hai sentito che Rita si è sposata? Questa è la cosa importante, il rendersi conto che non esiste solo la propria attesa, ma c’è tutta una concatenazione che lega le vite, le attese di tutti.

Lo stesso sguardo ironico e distaccato si ha anche nell’ultimo pezzo dell’album, La zappa, il tridente, il rastrello… con l’aggiunta di una feroce critica sociale. Si descrivono vari personaggi della buona società, deridendoli nel loro essere ridicoli (“Giovane, bello, divo e poeta, con un principio d’intossicazione aziendale…”, “La grande soubrette Brigitte La Cagne…”) rispetto al mondo contadino della terra, metafora del pensare alla vera realtà voltando le spalle al mondo artefatto della moquette, del bridge e dello champagne. Idea che viene rafforzata dal ripetere il ritornello accelerandolo sempre più, trasformandolo in un vero scioglilingua da recitare al ritmo di taranta da sagra di paese. E non è un caso se alla fine del brano troviamo di nuovo il ritornello di Rosita in reprise, anche lui adattato a taranta e canto popolare con tanto di sottofondo di risate; come a dire che la vera saggezza è nelle radici contadine che la società contemporanea rinnega con tutte le sue forze, che la soluzione (l’apparizione di Rosita e quindi l’uscita definitiva da questo mondo) viene suggerita anche dalla saggezza tradizionale, la più vicina alla realtà delle cose.

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