Non solo Porcupine Tree: i mille volti di Steven Wilson

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Tra le innumerevoli e sterminate orde di ristampe di album storici (vizietto che non smetterà mai e poi mai di non sorprendere realmente nessuno vista l’ottusità abnorme di certi discografici unicamente direzionati a masturbarsi su vecchi allori, secondo i quali tirare fuori dal cassetto inediti o archivi di registrazioni live da riadattare in digitale non vuol dire importanza documentaristica ma lucro), di recente sono uscite nei negozi di dischi anche alcune riproposizioni di fondamentali album legati al periodo cardine dell’epoca prettamente progressive, vale a dire quella che, in sostanza, va dagli ultimissimi anni ’60 a metà ’70 (con notevoli incursioni anche in territorio italiano a partire dal quel 1972 segnato dal manifesto sonoro Ys a nome Balletto di Bronzo con Gianni Leone).

Intere discografie, in primis di Jethro Tull e King Crimson, hanno però una cosa in comune non di minore importanza. Sul retro dei rispettivi prodotti “deluxe”, infatti, è possibile leggere la dicitura “mixed by Steven Wilson”. “Dove l’ho già sentito questo nome?”, viene da chiedersi. Dove? Forse un po’ ovunque senza nemmeno essersi accorti di aver a che fare con una delle personalità artistiche a tutto tondo più creative e prolifiche del pianeta Terra. Ma sediamoci, prendiamo un respiro e partiamo dal principio per meglio inquadrare e, possibilmente, capire.

Un ragazzo introverso

Classe 1967 (3 novembre), originario di Hemel Hempstead nell’Hertfordshire (Inghilterra), Steven Wilson è un ragazzo introverso. Va bene a scuola, è un appassionato di informatica (interesse che lo occuperà anche attraverso un primissimo lavoro di programmatore) ma ha un amore viscerale soprattutto per la composizione di un tipo di musica che prende ricco spunto dai suoi ascolti giovanili (Pink Floyd in cima ad una lunghissima serie di influenze sperimentali da lui stesso espresse nel bellissimo documentario di Lasse Hoile Insurgentes del 2010; Wilson creerà per se stesso una cultura musicale, specialmente in ambito prog, talmente sconfinata da far paura ai migliori sapientoni) per poi aspirare a libero arbitrio in ulteriori esperimenti sulla propria stessa pelle. Rinunciando volentieri a spassosi lassi di tempo che chiunque altro dedicherebbe a svago e condivisione amichevole, Wilson produce in proprio, tra le mura della sua cameretta adibita a studio, numerose musicassette con il solo ausilio di una chitarra, una tastiera e un registratore a quattro piste non acquistato ma costruitogli dal padre.

Non c’è nemmeno lontanamente ombra di freno in tutto ciò che fuoriesce da una mente troppo visionaria e interstellare per limitarsi a trascorrere una regolare esistenza terrena, ma il rischio di incartapecorirsi in un limbo per non tornare più a mettere piede al suolo sarebbe fin troppo semplice e pericoloso. Così Wilson chiama al suo fianco l’amico Simon Vokings (siamo tra il 1982 e 1984, in pieno periodo di post adolescenza-maturità) con il quale comincia a dare un accenno di forma ai nastri abbozzati in solitaria. Il risultato è una serie di sperimentazioni dark-ambient (prima ancora dell’avvento del padrino sacro del genere, ovvero il tedesco Thomas Köner, targato primi ’90) al cui progetto madre viene dato il nome di Altamont. La musicassetta intitolata Prayer for the soul (1983) pone le carte in tavola nella maniera più essenziale possibile: veri e propri ambienti sonori oscuri, sinistri e spossanti prendono piede fin dall’incipit dell’eponimo brano di apertura, 17 minuti di suite a cavallo tra incursioni sperimentali prevalentemente tedesche tra spazialità alla Popol Vuh e pulsazioni semi-ritmiche alla Tangerine Dream post Ricochet o Kraftwerk degli esordi.

In una decade in cui la fanno da padroni fumi e raggi laser (ma anche tanta wave e studio elettronico post moderno: per capirci, siamo comunque nell’epoca della serie Ambient di Brian Eno, degli strascichi ispirativi di David Byrne, Talking Heads e degli scossoni emotivi provocati da album incredibili di inizio periodo come Remain in lights e, al fianco di Eno, My life in the bush of ghosts), il post adolescente Steven Wilson vaga senza meta tra sterminati universi sonori senza una precisa collocazione, abissi emotivi e percettivi che partono proprio da quelle influenze di matrice europea per divagare in esperimenti ed incursioni improvvisate sempre differenti, senza però mai disdegnare un formato melodico comunque di tutto rispetto. Proprio questo secondo fondamentale elemento caratteristico culminerà in un’altra musicassetta del periodo, The joke’s on you (1983), questa volta a nome Karma e molto più figlia degli ascolti prog rock di un giovane Wilson che imbraccia la chitarra elettrica e ne fa arma di espressione per ritmiche a metà strada tra Yes, Genesis e Jethro Tull ma con forti echi ispiratori di provenienza wave tra XTC, Joy Division e tentativi percussivi alla Peter Gabriel solista.

Malgrado il timbro vocale sia evidentemente attribuibile ancora ad una sorta di ragazzino, sono presenti già i nuclei principali del gusto di una carriera artistica che supererà abbondantemente e senza remore i venti anni di attività: cura maniacale degli arrangiamenti in luce della perfetta consapevolezza dei mezzi a disposizione; orecchio e predisposizione alla melodia; eccellente capacità di improvvisazione e incursione in territori sconosciuti di evoluzione sonora ambientale che ha l’emotività e la percezione di una realtà altra come pilastro portante per ogni approccio compositivo; prolificità e chiarezza di intenti in un così variegato e apparentemente insanabile oscillare di spunti.

Dream pop

Sono esattamente tutti questi gli elementi che cominciano a prendere spazio con estrema solidità nella mente di Wilson fino ad assumere una forma incredibilmente omogenea. Il risultato della perfetta miscela tra due ambiti compositivi e concettuali in precedenza più che distanti e incomunicanti assume un corpo attraverso l’avvio, nel 1987, del progetto No-Man in coppia con la voce di Tim Bowness. Qui Wilson veste per la prima volta i panni del polistrumentista per eccellenza, curando la scrittura e gli arrangiamenti su chitarre, tastiere, programmazioni, computer e strumentazione anche occasionale (xilofoni in miniatura, percussioni leggere ricavate da materiale di uso comune) in favore di brani dotati di una delicatezza unica malgrado le tematiche di fondo detengano un certo senso di angoscia, rancore e nostalgia potenzialmente negativa come nucleo tematico portante. Dal primissimo lavoro discografico a nome No-Man, Loveblows & Lovecries – A confession del 1993, fino all’ultimo (e meraviglioso) Schoolyard ghosts del 2008, Wilson e Bowless hanno costruito un sound (ancora una volta) inedito, rintracciabile, forse, soltanto in un certo folk malinconico recente se non proprio seminale per una serie non indifferente di artisti sotterranei dediti alle aperture acustiche ariose più congeniali, però, ad un sottotesto in perenne discussione esistenzialista.

L’albero di porcospino

Inizialmente soltanto per dare sfogo ad una indomabile urgenza creativa che attanaglia Wilson ancora oggi (una ormai consolidata abitudine, se non proprio stile di vita, che lo ha portato a stendere nero su bianco un numero indefinibile di produzioni discografiche sotto vario titolo), il buon Steven avverte ancora la possente importanza che tutte quelle composizioni di stampo marcatamente elettro-dark-ambient fanno sentire a gran voce al loro diretto pensatore: ecco dunque che Wilson apre la fatidica cartella Porcupine Tree.

Nato principalmente come una sorta di progetto personale collaterale ai No-Man, ben presto Porcupine Tree si trasformerà in fondamentale sinonimo di evoluzione sonora sia in ambito creativo che propositivo in termini di esecuzione e arrangiamento.

Sulla scia dell’esperienza da polistrumentista maturata fin da quindicenne, dunque, Wilson si chiude di nuovo nella sua camera-studio, attacca gli strumenti al quattro piste paterno e mette su nastro improvvisazioni e idee sempre differenti che culmineranno in musicassette quali Tarquin’s seaweed farm e The love, death & Mussolini (rispettivamente 1989 e 1990; quest’ultima stampata in sole dieci copie). In questi nastri emerge ancora di più il lato “space” ma si percepisce a chiari tratti anche tutta l’ispirazione wilsoniana di stampo progressive “seventies” e successivi (Rush, Yes, Marillion). I nastri piacciono alla rivista Freakbeat che li ritiene utili da annoverare al proprio archivio in qualità di registrazioni buone per produrre una compilation sotto l’etichetta in proprio possesso. Ma sarà la terza autoproduzione su nastro a nome Porcupine Tree, The nostalgia factory, a rappresentare un iniziale apice di gradimento sia in ambito di critica che di pubblico. Il nastro piace in particolar modo ai capi della Delerium Records, Richard Allen e Ivor Trueman, che ripubblicano anche i lavori precedenti. Dal rapporto tra Steven Wilson e la Delerium nasce quello che si può definire il primo album ufficiale dei Porcupine Tree, vale a dire On the Sunday of life (1991). Si tratta, in sostanza, di una sorta di “best of” ragionato, costruito su una accurata selezione e rifinitura di diciotto brani scelti dai nastri precedenti. Emergono dei veri e propri cavalli di battaglia come, su tutti, Radioactive toy, quasi mai assente dalle scalette dell’intera carriera live della band, così come esperimenti di impatto emotivo devastante quali Music for the head, la stessa The nostalgia factory o la conclusiva, “oldfieldiana” e apocalittica It twill rain for a million years.

Artefice di suoni e architetture è il solo Wilson polistrumentista con l’ausilio di una drum machine a supporto ritmico, line up da “one man studio band” che verrà mantenuta anche per il successivo e già differente esperimento Voyage 34. In questo particolarissimo frangente, Wilson progetta un ep elettro-dark-ambient-psichedelico di una trentina di minuti, diviso in due lunghe parti composte e congegnate secondo una sorta di traduzione sonora di sinestesie provenienti da un trip psichedelico in seguito ad assunzione di LSD da parte di un gruppo di non ben definiti protagonisti. Successivamente al quasi immediato gonfiamento dell’ep in album doppio con l’aggiunta di altre due parti di quasi egual durata, il risultato che emerge da Voyage 34 rappresenta qualcosa di apparentemente irraggiungibile: irreversibili spirali sonore in loop eterno tra accenni di riff chitarristici e ansiogene pulsioni elettroniche fanno da Caronte per un’escursione galattica con davvero pochi precedenti. Le stesse sensazioni (raggiungibili in particolar modo ascoltando questi lavori in cuffia, stesi su qualcosa di simile ad un morbido materasso nel buio assoluto di una stanza qualunque) sono estraibili anche da altre produzioni lasciate momentaneamente da parte e ripubblicate solo di recente in aggiunte viniliche a ristampe di album del periodo: prima su tutte, quella corrispondente allo strabiliante ep Staircase infinities (pubblicato in 2000 copie su vinile 10 pollici), dal quale balza verso un’eternità psicosomatica la fantasmagorica e straziante Rainy taxi in dittico con la avvolgente Stars die.

Primi giri di boa

Dopo la pubblicazione del materiale scartato o differentemente rivisitato in On the Sunday of life (Yellow hedgerow dreamscape), decisivo per l’avvio di una carriera stabile a nome Porcupine Tree sarà, nel 1993, Up the downstair, album composto non più in funzione di compilation emotiva ma direttamente in veste di opera discografica (sempre per la Delerium) con tanto di rimandi sonori e legami concettuali di traccia in traccia. In luce di ciò, la drum machine comincia a sfigurare vistosamente al fianco di un’architettura sonora che raggiunge, forse per la prima vera volta, una perfezione quasi assoluta. A Steven Wilson si affiancano i primi due artefici sostanziali dei Porcupine Tree intesi come band: al basso, si destreggia l’ottimo Colin Edwin (compagno di scuola di Wilson) e alle tastiere arriva nientemeno che Richard Barbieri direttamente da un imponente passato con i Japan di David Sylvian.

Le atmosfere insormontabili di Barbieri, i paralleli ritmici di Edwin e il restante carico strutturale di Wilson (la cui voce si affina notevolmente) creano un indiscutibile gioiellino di savoir faire sonoro ai limiti della reale ed effettiva sinestesia ricettiva. Brani come Always neverUp the downstairNot beautiful anymore e la strumentale Burning sky non solo diventano (almeno tre su quattro) ulteriori cavalli di battaglia live ma fanno di Up the downstair un album sia debitore verso le più frammentarie esperienze passate che necessario a stabilire delle imprescindibili basi portanti per tutto ciò che di artisticamente proponibile proverrà dalla mente di Wilson e (ormai anche) soci. Il primo dei tanti e importantissimi giri di boa, infatti, è dietro l’angolo.

Malgrado, storicamente, ci si trovasse in un’epoca (i primi ’90) in cui ad imperare sono le distorsioni e le urla grunge generazionali, nonché un hard rock duro e acuto di vocalizzi e assoli, il suono criptico e (si direbbe quasi) spirituale dei Porcupine Tree piace a dismisura in ambito europeo, in particolar modo in Italia dove le prime cassettine vengono fatte circolare tra amici in un consueto e appassionato passaparola. Di fatto, allora, proprio quello dei Porcupine Tree non può che diventare il progetto artistico principale del buon Wilson che, di conseguenza, sente l’immediata esigenza di cominciare a viaggiare per suonare dal vivo. Occorre, quindi, trovare un batterista, figura ricoperta in maniera dignitosissima dal talentuoso e creativo Chris Maitland che, in men che non si dica, prende una manciata di brani strutturati su drum machine e vi costruisce passaggi ritmici di consistenza fenomenale. Il risultato di queste prime esperienze dal vivo culmina nelle versioni in vinile e musicassetta (oramai talmente rare da toccare prezzi da capogiro sui vari mercatini specializzati) del primissimo live ufficiale della band, Spiral circus del 1994.

Di cieli laterali e metamorfosi melodiche

Ma proprio il 1994 è un anno fatidico anche perché vede l’inizio della produzione di quello che, a detta di molti, malgrado le svariate modalità di evoluzione successive produttrici di altri ben differenti album definibili quasi come capolavori (come vedremo tra poco), risulta essere ancora il masterpiece assoluto dei Porcupine Tree. The sky moves sideways (1995), infatti, recupera e perfeziona magistralmente le escursioni ancestrali dei primi esperimenti post floydiani fino ai picchi quasi rave di Voyage 34, per poi includere nuove composizioni di stampo ritmicamente molto più evoluto (Dislocated day) e ritrovi sperimentali improvvisati, stavolta giocati da un amalgama di gruppo costituito da un affiatamento che mozza il respiro (le atmosfere di Moonloop sostenute in maniera irrinunciabile dal basso ipnotico di Edwin; in origine il brano consisteva in un’improvvisazione di circa quaranta minuti di durata, poi ridotta in varie versioni di lunghezza variabile per quasi ognuna delle particolari ristampe doppie e triple dell’album).

Tassello fondamentale del disco, come di un’intera fase di carriera, è però la suite in due parti (la prima in apertura, l’altra in chiusura per trentacinque minuti complessivi di puro viaggio universale) che dona il titolo all’album, un andirivieni inarrestabile e irripetibile di coperture ed escursioni sonore (anche momentanee) talmente totali da obbligare ascolti ripetuti per essere assorbite a pieno. Tra la phase one e la phase two, netto è il distacco percettivo tra melodie e ritmiche elettronicamente forsennate, ma la chitarra di Wilson affina gli assoli sulle aperture atmosferiche estreme delle tastiere di Barbieri in stato di grazia ascetica, mentre le liriche diventano ancora più criptiche e sovrannaturali, ineluttabilmente metafisiche («Abbiamo fatto scendere la pioggia ridendo / lente bruciature sul prato di casa / fantasmi attraversano il delta / hanno inghiottito la tempesta / A volte mi sento come un pugno / a volte sono del colore dell’aria / a volte è soltanto in seguito / che mi accorgo di non esserci / Nell’imbrunire del sogno / abbiamo passeggiato in riva al lago / abbiamo guardato il cielo muoversi di lato / e ascoltato la sera cominciare»).

Signify

Il 1996 è, invece, l’anno di Signify, album che testimonia il primo grande cambiamento sia da un punto di vista discografico che dal lato della notorietà. Forse per la prima volta in assoluto, i dodici brani che compongono il disco sono scritti da Wilson ma arrangiati dall’intera band che consolida un amalgama di gruppo ulteriormente incline alla perfezione esecutiva. La durata dei brani si accorcia considerevolmente, le modalità di composizione si affinano secondo una scelta metodica molto più incline al formato canzone in mistura con incursioni progressive “seventies” più limate rispetto ai lavori precedenti.

Quello che emerge dai solchi di Signify è un complesso di suggestioni sonore che partono dalle esperienze più melodiche di Up the downstair per livellare il loro quoziente creativo su tempi dispari e strutture a incastro tra fraseggi o riff chitarristici e le onnipresenti atmosfere che il tocco sublime di Barbieri non manca mai di confermare come perno imprescindibile di ogni composizione a nome Porcupine Tree. Wilson scrive altri veri e propri capolavori come la strumentale Signify, le due parti di WaitingIdiot prayerIntermediate Jesus o la conclusiva Dark matter, tutti brani che contribuiscono ad ampliare a dismisura il gradimento europeo nei confronti della band.

Tra i paesi ad apprezzare di più la band di Wilson, oltre all’Inghilterra, è proprio l’Italia, nello specifico la città di Roma nella quale viene registrato il secondo live ufficiale della band, lo splendido e acusticamente perfetto Coma divine – Recorded live in Rome (1997), proveniente da ben tre serate tenute al Club Frontiera della capitale. Wilson è stupito dall’imponenza del gusto che lega migliaia di persone esterne al suo territorio di origine alle sue composizioni, pertanto si rende conto, una volta per tutte, di avere a disposizione un potenziale sterminato che può essere recepito da una altrettanto consistente mole di ascoltatori. L’album romano, inizialmente articolato in un singolo disco per poi essere gonfiato come doppio, offre rivisitazioni sorprendenti per carisma da jam session e compattezza sonora (The sky moves sidewaysWaitingDislocated day) nonché in ambito di suggestione emotiva trascendentale (MoonloopUp the downstair). All’occhio di chi acquista il prodotto, in più, risalta anche la stupefacente copertina (una scena oscura e onirica che fronteggia il Pantheon della capitale) che conferma il legame artistico visuale tra Steven Wilson e il geniale fotografo e regista danese Lasse Hoile, il quale firmerà praticamente tutti i successivi artwork tanto dei Porcupine Tree quanto di altre produzioni provenienti dalla mente di Wilson.

Sing a song

Si diceva di un maggiore approccio al formato canzone. Ebbene, nel 1999 Wilson e soci spiazzano praticamente tutti producendo un altro album stupendo ma completamente differente di contenuti sonori. Stupid dream, infatti, prosegue sulla scia tematica precedente, che vedeva una non per forza semplicistica semplificazione sintattica dei testi, ma cambia completamente rotta in termini di composizione e arrangiamento. Stupid dream è un disco di canzoni vere e proprie, spesso lente e riflessive ma strabilianti per intento e coraggio nell’intraprendere percorsi sempre differenti.

Il secondo giro di boa (che era già nell’aria in molti frangenti di Signify) è dunque avviato: i testi diventano ancora più diretti sebbene mai scontati e, soprattutto, interpretabili quasi in primissima istanza (il tema portante dell’album, sottolineato anche dalla copertina di Hoile, è la mercificazione di un bene di prima necessità culturale quale la musica in senso generale; «Cosa può essere un sogno stupido se non il pretendere di creare musica per venderla?», dirà Wilson in alcune interviste del periodo). Gioiellini come Even lessPiano lessons (con tanto di videoclip ufficiale), Pure narcoticDon’t hate meSlave called shiver o Stop swimming diventano ulteriori cavalli di battaglia nonché (stranamente per qualcuno) brani passabili per vie radiofoniche maggiori.

Lo stesso impatto concettuale sia in liriche che in suoni viene mantenuto anche nell’immediato album successivo, Lightbulb sun (2000), anche se in una veste leggermente più movimentata e incline ad una forma rock tradizionale come dimostrano l’omonimo brano di apertura e altre perle quali Four chords that made a millionShesmovedonHatesong o Russia on ice. Ma dopo la pubblicazione di Recordings (album di scarti provenienti dalle session dei due dischi precedenti ma comunque denso di elementi portanti di ogni scaletta live della band quali, su tutte, la splendida Buying new soul) e Metanoia (altro album di scarti ma, questa volta, provenienti dagli esperimenti di gruppo per Signify), è già tempo del terzo giro di boa.

“In presentia” di stakanovismo artistico

Le esperienze pop melodiche di Stupid dream Lightbulb sun inoculano in Wilson il desiderio di continuare a cimentarsi nel formato canzone pur avendo in mente, al contempo, qualcosa di ulteriormente differente per la sua band principale. In quel di Tel Aviv, in Israele, su richiesta del celebre interlocutore suo ammiratore, Steven Wilson conosce Aviv Geffen, icona nazionale con il quale non tarda a stipulare un accordo che porta alla formazione del duo denominato Blackfield. Lo scopo di questo nuovo progetto è appunto quello di scrivere normali canzoni. Geffen, dalla sua parte, ha un’esperienza già decennale (siamo nel 2001) e una fama (oltre che di idolo delle nuove generazioni locali) anche di antimiliziano, pacifista convinto e dissacrante oppositore degli obblighi governativi soprattutto in ambito bellico (rifiutò di prestare servizio militare, probabilmente facendoli passare come motivi di salute).

Dopo un primo ep da intendere come tentativo di collaborazione, nel 2004 arriva il primo album omonimo per la Headphone Dust fondata dallo stesso Wilson. Il disco è cosparso di gemme melodiche quali l’omonima BlackfieldHello o Pain, tutti brani che dispongono in tavola un inedito savoir faire anche lirico attraverso testi intrisi di profonda desolazione esistenziale. Il progetto va avanti nel 2007 con il secondo album, Blackfield II, capace di sprigionare altre perle come 1.000 peopleMiss UEpidemic o My gift of silence. C’è spazio anche per un dvd live (Live in New York city) e altri due album di impatto minore (Welcome to my DNA e Blackfield IV, rispettivamente 2011 e 2013) che segnano un affievolimento amichevole della collaborazione.

Tornando ai Porcupine Tree, invece, il 2002 è l’anno dell’ennesima svolta stilistica. Chris Maitland lascia il posto dietro le pelli al tecnicissimo Gavin Harrison (al momento uno dei migliori batteristi in circolazione sulla faccia della Terra), già conosciuto soprattutto in Italia (guarda caso) per aver svolto in quel di Milano una lunga carriera da turnista per soggetti del calibro di Alice, Claudio Baglioni (lo si vede nei live di metà ’90), Eugenio Finardi, Fiorella Mannoia e Franco Battiato (sono sue le ritmiche in album importanti come L’imboscata e Gommalacca), ma capace di passare in rassegna qualunque genere gli venga proposto.

La scelta si rivela quanto mai azzeccata perché l’intenzione di Steven Wilson è quella di ampliare il muro di suono della band facendo uso di differenti accordature chitarristiche (tipica quella in re) in una direzione più spinta sotto l’aspetto “hard”. Ma c’è di più: questa scelta deriva anche dalle prime esperienze trascorse unicamente dietro il mixer da Wilson per una band di stile solo apparentemente inconciliabile con le intenzioni artistiche del nostro. Gli Opeth di Mikael Akerfeldt (voce e chitarra) sono, infatti, una delle migliori prog-death metal band in circolazione e Wilson arriva a placare la sete del loro leader in termini di rinnovamento melodico concedendo tutto il suo supporto soprattutto nell’ambito degli arrangiamenti. Blackwater park (2001), Deliverance (2002) ma soprattutto il sorprendente Damnation (2003) – album registrato nelle stesse session del precedente ma fatto uscire in separata sede in quanto completamente privo dell’impostazione metal – Heritage (2011) e Pale communion (2014) vedono Wilson spingere Akerfeldt verso andirivieni vocali di incredibile fattura, facilmente proponibili in terre di mezzo tra il growl più oscuro e i vocalizzi melodici più ancestrali.

Sia Wilson che Akerfeldt condividono una passione sfrenata per il progressive rock di matrice anglosassone, predisposizione che si esprime a pieno in questi ultimi tre album nominati a firma Opeth e, soprattutto, in un atteso album in società quale il complessissimo e più che spiazzante Storm corrosion (2012), che riesce nell’intento di unificare stili apparentemente inconciliabili come gli esperimenti ritmico-vocali di Scott Walker, l’ambient-kraut dei Popol Vuh e il folk acustico statunitense alla David Crosby.

Nel 2002, dunque, Wilson e i Porcupine Tree fanno uscire (per la Lava Records) In absentia, disco sorprendentemente duro e velato al contempo, possente nelle partiture ritmiche dispari di Blackest eyesGravity eyelidsStrip the soul o la strumentale Wedding nails. La corporatura elettronica atmosferica di Barbieri si lega alla perfezione sul nuovo vestito del porcospino carico di distorsioni ma soave nei fraseggi di ancora altre perle come TrainsLips of ashes e le sovrannaturali Heartattack in a layby e Collapse the light into earth. La voce di Wilson ha ormai toccato vette intuitive irreversibili e il suono complessivo ha cambiato ancora pelle senza, però, mai distanziarsi definitivamente dal passato, riuscendo a fare delle nuove impostazioni live un coacervo di spettacoli talmente eterogenei da provocare il desiderio di essere visti, rivisti e seguiti in più di un solo frangente. Esclusivamente per le uscite dal vivo viene ingaggiato un secondo chitarrista, John Wesley, per meglio vigilare sul corpus chitarristico notevolmente ampliato, mentre l’assoluta pulizia tecnica di Harrison consente all’intera band di osare anche oltre limiti implicitamente imposti in precedenza.

Deadwing

Da queste novelle cognizioni emerge il successivo lavoro in studio, Deadwing (2005), disco che porta avanti la scia stilistica del suo predecessore ma aggiunge elementi narrativi omogenei a quello che si distingue come un quasi concept album basato su un’omonima sceneggiatura per una “ghost story” lynchiana, epifanica e semi-autobiografica scritta da Wilson (che, quindi, sperimenta anche la scrittura cinematografica) a quattro mani con Matt Bennion. Lo script, che avrebbe offerto la regia a Lasse Hoile, non trova nemmeno l’ombra di un finanziamento ma diventa un album prepotentemente ambivalente in termini di stile: ancora più possenti sono i riff di brani puramente “hard” come ShallowOpen car o l’intermezzo della suite Arriving somewhere (but note here), ma imponenti sono le nettissime contrapposizioni di ballate artefatte di rara bellezza quali LazarusMellotron scratch e Glass arm shattering direttamente provenienti dalle esperienze di Stupid dream Lightbulb sun.

Il 2005 è anche l’anno di una scelta non di minore importanza: Wilson si assicura in Harrison una totale garanzia qualitativa e, di conseguenza, gli affida il compito di risuonare le parti di batteria sugli spazi che erano stati occupati dalla drum machine nell’intero Up The downstair, ristampando l’album in varie versioni così come l’intera discografia dei Porcupine Tree prima sotto il marchio Snapper Music e poi sotto l’insegna KScope, casa discografica supervisionata dallo stesso Wilson che fa di lui anche un importante talent scout stipulando contratti con Anathema, Amplifier, North Atlantic Oscillation e Ulver.

Dopo un primo dvd dal vivo registrato a Chicago (Arriving somewhere… del 2006), la scia creativa hard-prog di Wilson e soci prosegue nel 2007 con Fear of a blank planet e annesso ep Nil recurring, dittico ancora più heavy (unificato nell’edizione in vinile di Fear of a blank planet) e attraverso il quale Wilson studia ed esplora tematicamente il nulla esistenziale di alcune frange adolescenziali portandosi al pari di certe riflessioni cinematografiche alla Gus Van Sant di Paranoid park o letterarie alla Bret Easton Ellis. La possente suite Anesthetize (che dona il titolo al successivo dvd live in Tilburg del 2010), NormalWhat happens now? e Cheating the polygraph confermano l’ardente desiderio di incursioni prog, mentre in Way out of here si ritrova la verve da grande brano di impatto emotivo così come in My ashes e Sentimental emerge tutto l’invidiabile spessore desolatamente melodico.

Loneliness

Il 2008 è l’anno di un ennesimo giro di boa, in questo caso per quanto concerne la sola persona di Wilson. Il buon Steven, infatti, decide di intraprendere una carriera solista per la produzione di dischi in proprio, stipulando con la KScope un accordo per almeno tre album a proprio nome. L’informazione corrisponde a notizia ma non eccessivamente a novità soprattutto per chi lo ha sempre seguito fin dagli esordi e, di conseguenza, è a conoscenza della produzione di alcuni 45 giri sparsi qua e là sotto il nome di Cover Version. Si tratta di una serie di sei singoli poi riproposti nel recentissimo omonimo album (2014) costituiti da sei cover e altrettanti brani inediti composti e suonati dal solo Wilson. Emergono a gran merito versioni strabilianti di Thank you di Alanis Morissette, A forest dei Cure, The day before you came degli Abba o Sign o’ the times di Prince.

Il nome di Steven Wilson sottoforma di solista, però, era già emerso anche nel 2004 per la produzione di un album di musica elettronica ambient sperimentale, Unreleased electronic music (dal quale spicca la meravigliosa Nuclear head of an angel), che di fatto avvia un’ennesima discografia parallela solitaria a nome Bass Communion sull’onda compositiva di personalità del calibro di Aidan Baker, Stars Of The Lid o Boards Of Canada in quanto costruita sull’uso iperfiltrato di strumenti tradizionali bypassati da attrezzature elettroniche. Ne nascono, così, ben dieci album (da Bass Communion I,datato addirittura 1998, a Cenotaph del 2011) perfettamente in linea con il non-genere elettro-ambient-drone ma, dopo aver ristampato dal 1996 al 2005 alcuni nastri a nome I.E.M. (acronimo di Incredible Expanding Mindfuck) per estrapolare dal cassetto produzioni che mantenevano la forma embrionale degli esordi sotto dicitura Porcupine Tree mentre proprio questo progetto assumeva forme del tutto differenti, è nel 2008 che i negozi di dischi vedono arrivare sui loro scaffali Insurgentes (il titolo è lo stesso del dvd biografico su Wilson citato ad inizio excursus), cronologicamente secondo album a nome Steven Wilson ma il primo ad essere stato composto in funzione di una trilogia personale.

Tra questo (composto e prodotto anche durante un viaggio in Messico), il doppio e complessissimo Grace for drowning (2011) e The raven that refused to sing (and other stories) del 2013, nel complesso, Wilson riesce a sfogare in maniera dilagante una vera e propria pulsione compositiva ai limiti del maniacale, rendendo somatico tutto ciò che, in ambito di riferimenti, non trovava corretta espressione nella dimora principale Porcupine Tree ormai direzionata verso orizzonti più heavy.

Tutto (ma proprio tutto) il bagaglio prog “seventies”, di cui Wilson è estremo conoscitore (essendo anche amico di Robert Fripp dei King Crimson, il quale non a caso gli ha affidato i suoi remasters), viene fuori coadiuvato da collaboratori di primissima qualità quali (a tratti) le tastiere di Jordan Rudess dei Dream Theater (band con la quale Wilson si conosce da tempo essendo amico anche di Mike Portnoy e Kevin Moore, i quali lo chiamarono a prestare la voce su un brano dell’esordio discografico del loro progetto Office of Strategic Influence, meglio noto come O.S.I.), la batteria di Marco Minneman (che proprio per i Dream Theater arrivò finalista al famoso provino per il nuovo drummer), la chitarra di Steve Hackett (Genesis) o il basso di Tony Levin (King Crimson, Liquid Tension Experiment e mille altri). Nel corpo di questi tre album (a volte anche discutibili per eccesso di frenesia compositiva) si avverte una inarrestabile urgenza espressiva che coinvolge Wilson in cavalcate post rock (Harmony Korine: splendidamente perturbante il videoclip di Lasse Hoile) ma anche ritorni melodici (InsurgentesThe raven that refused to singPostcard) sperimentazioni percettive (IndexDeform to form a starNo part of me) e palpitazioni prog direttamente provenienti dalle migliori scuole anglofone classicheggianti (Luminol).

Ritorno al porcospino

L’indole compositiva prettamente progressive sviluppata nell’ultimo periodo ispira Wilson a comporre una lunga suite da destinare ad una eventuale nuova svolta stilistica in favore dei Porcupine Tree. Sulle sue pagine di social network e in alcune interviste, il buon Steven annuncia di aver composto un unico lunghissimo brano di circa 35 minuti: si tratta, però, soltanto dell’embrione di ciò che diventerà un articolatissismo andirivieni sonoro e tematico che raggiunge la compattezza di circa 55 minuti successivamente suddivisi in 14 frazioni. Nasce così, nel 2010, il quasi autobiografico The incident, ad oggi ultimo album in studio a nome Porcupine Tree (seguito da un altro disco dal vivo, Octane twisted, pubblicato solo due anni dopo per dare ancora cenni di esistenza e benessere artistico sopravvivente).

L’album, strutturato su doppio cd e vinile (sul primo è steso il corpo dei quattordici movimenti di The incident, nel secondo dimorano altri quattro brani inediti), ha un’importanza capillare in un preciso punto esistenziale dei Porcupine Tree perché arriva ad accorpare composizioni che dimostrano di aver assorbito a pieno praticamente tutto quanto è stato scritto e prodotto almeno nel corso degli ultimi quindici anni. Non è un caso, dunque, se la miscela “soft” e “hard” raggiunge una perfezione assoluta nel suo proporre, nel corpo della stessa opera e senza mai perdere una spiazzante omogeneità, fraseggi robusti e carichi di verve prog-elettro-distorsiva (The blind houseCircle of maniasRemember me loverThe incidentBonnie the cat) così come delicatezze gustose e osannanti soave libero arbitrio (I drive the hearseKneel and disconnectFlickerTime flies). Il tema trattato dal concept è quello di una sorta di viaggio mentale attribuibile ad un fantomatico protagonista (Wilson stesso) in attesa dello sgombero di una strada in seguito ad un terribile incidente: costretto nell’abitacolo della sua automobile, l’uomo sviluppa una mobilità mentale che lo porta sul filo di ricordi, pensieri fugaci, sogni, desideri, incubi e riflessioni sulla sua condizione attuale sia umana che professionale e affettiva giocata in autodifesa (come sottolinea la suggestiva copertina).

Circle of production

In definitiva, dopo tutto questo estenuante ripercorrere professional-biografico, si può obiettare meno di nulla nei confronti di una solida e indelebile convinzione: Steven Wilson è una delle menti produttive più qualitativamente prolifiche dell’intero ambiente musicale di stampo marcatamente rock (i tasselli, ad esempio, relativi alle discografie di soggetti principalmente elettronici, a volte, non si riescono nemmeno a contare).

Più inarrestabile di lui, forse, solo un certo Frank Zappa passato comunque troppo precocemente a miglior vita. Non solo: da tutto ciò che Steven Wilson ha prodotto, mixato o anche solo sostenuto attraverso la disposizione della sua KScope, è possibile estrapolare anche una vasta serie di produzioni e nomi di tutto rispetto e, soprattutto, capaci di rimescolare sapientemente le carte in tavola in un ambiente odierno fin troppo vigliaccamente parato dietro finti scudi da rinnovamento stilistico che, per contro, altro non è che riproposizione mascherata di vecchi calderoni triti, ritriti e arcimasticati nel corso dei decenni.

Articolo pubblicato originariamente su Motel Wazoo e concesso ad Auralcrave per la ripubblicazione.

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