Munich: un film per capire la questione palestinese

Questo articolo racconta il film Munich di Steven Spielberg in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Quando si cerca di scrutare un argomento tanto complesso come il conflitto arabo-israeliano, è certo che non si accontenterà mai nessuno. Questo perché le ragioni sono da entrambi i lati molteplici, e poi dopo millenni di persecuzioni, come direbbe un Woody Allen d’annata, “non si può parlare degli ebrei che quelli chiamano subito l’avvocato”, proprio perché in molti non sono disposti a fare i conti con i propri errori. La dimostrazione è un governo nazionale molto autoritario, con un leader che può fare decisamente invidia a molti “caudilli” del passato europeo, ed attualmente di stampo sudamericano. Non sarà un caso che lo Stato d’Israele sia sempre stato foraggiato ed amico degli americani, che spesso e volentieri, da autoproclamatisi difensori della democrazia, chiudono entrambi gli occhi sulle malefatte di Benjamin Netanyahu e compagnia.

Munich, il film di Steven Spielberg del 2005, prende liberamente spunto dagli scritti di George Jonas, giornalista ungherese-canadese di origini ebraiche, che nell’Ottantaquattro scrisse sull’operazione “Collera di Dio”, con cui gli israeliani punirono i responsabili del massacro di Monaco. Perché è proprio durante le Olimpiadi estive del Settantadue, nell’omonima città tedesca, che una organizzazione terroristica palestinese uccise undici atleti israeliani. “Settembre nero”, questo il nome della formazione armata che cercò di instaurare con la violenza un dialogo nei confronti di quelli che loro consideravano invasori.

Perché se le ambizioni del popolo ebraico di avere finalmente una nazione tutta loro sia certamente condivisibile, e c’è da dire che furono vagliati diversi posti su cui costruire le basi per un nuovo stato: si pensò addirittura alla Pampa argentina oppure il Kenya. In definitiva però sarebbe stato meglio per loro inserirsi dove si riuscisse a trovare anche una connessione con i luoghi santi dell’ebraismo, e la scelta definitiva (con l’aiuto degli inglesi, veri progenitori del caos creatosi nei decenni dopo) ricadde proprio sui territori storicamente arabi. Così il lembo di terra che si affaccia sul Mediterraneo, al confine con Egitto, Giordania, Siria e Libano finì al popolo d’Israele dopo il Secondo conflitto mondiale, inglobando letteralmente la Palestina e le sue genti.

Questo neanche a dirlo scaturì numerosi artriti, anche con i Paesi confinanti, e tutt’oggi si protrae senza che ne se intraveda la conclusione. I metodi usati per imporsi dal popolo eletto, diciamolo subito, non sono stati certamente migliori di quelli arabi, questi ultimi trattati da veri e propri internati a casa loro, con difficoltà enormi nel poter avere un impiego o semplicemente vivere una vita normale: la Striscia di Gaza ne è un esempio lampante, dove Israele non permette che arrivino neanche gli aiuti umanitari.

Spielberg, nel tentativo di riscrivere una pellicola che non punti il dito verso nessuna delle parti, tende ad accarezzare anche il lato prettamente emotivo della faccenda, mettendo in scena dei veri e propri dilemmi morali nella squadra che si occuperà di eliminare i cosiddetti terroristi, tra cui spicca Eric Bana nel ruolo di Avner Kaufmann, protagonista indiscusso della pellicola, che a capo dell’operazione guida gli altri quattro componenti della banda, tutti attori conosciutissimi e con ruoli importanti nella loro carriera.

In evidenza appaiono certamente un Daniel Craig prima dei fasti “bondiani”, Mathieu Kassovitz e Ciarán Hinds, supportati da Geoffrey Rush in un piccolo ruolo, ma di vitale importanza ai fini della storia. I mezzi illimitati di questo gruppo che potremmo definire “deviato” del Mossad favoriranno la loro vendetta, uccidendo a sangue freddo e senza troppe spiegazioni quasi tutte le menti dietro la strage alle Olimpiadi. Ma allora quale sarebbe la differenza tra loro e gli arabi, si chiede Avner in una piena crisi di coscienza? Il solito metodo da vecchio testamento, infinito e che si basa solo ed esclusivamente sul sangue, che non giustifica affatto le tribolazioni passate. Eloquente è il discorso che lo stesso protagonista, fingendosi tedesco, ha proprio con un arabo-palestinese in un sobborgo di Atene, che gli dice che la guerra a quelle condizioni non finirà mai, e l’Europa si stancherà prima o poi del comportamento d’Israele.

Il film, che si avvicina alla classica “spy- story”, ha in se una nitidezza nella costruzione dei personaggi tipica del regista di Cincinnati, trasportando la pellicola e l’epilogo in nessun labirinto politico tipico del genere. Forse perché lo stesso regista, di origini ebraiche, non vede un epilogo reale che possa volgere per il meglio. Il film, per quanto non sia riconosciuto come capolavoro assoluto, ricopre comunque un primo tassello di un quadro molto più ampio per chi voglia approfondire le ragioni israelo-palestinesi, e che conta nella stesura della sceneggiatura un peso massimo del giornalismo come Tony Kushner, vincitore del premio Pulitzer.

Ironia della sorte, però, persino Avner sarà costretto a vivere in una patria non sua, così rigettato rapidamente dopo l’uso che essa ne ha fatto lui, ma riuscirà comunque a ridare nuova linfa alla sua vita tramite gli affetti, rifugio così consolatorio e sincero per un uomo che apparentemente era riuscito ad abbandonare la sua umanità. Una storia che ci ricorda quanto sia complesso il mondo e le sue genti, ma dove soprattutto non esistono né buoni ne cattivi, ma conseguenze pragmatiche anche nelle buone intenzioni.

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