La malinconia nei testi dei Pearl Jam e dei Marlene Kuntz

Piccola città di provincia.
Un negozio lì collocato da tempo immemore.
Un’anziana signora. Sola.

E poi
Un caffè.
Una donna seduta ad un tavolino. Sola.

Due donne.
Due luoghi impregnati dei profumi di ciò che è stato.
L’irruzione inattesa – dentro lo scorrere entropico del tempo – del passato: un passato che non ammette tregua.

Un istante meravigliosamente e magnificamente invade il tempo e dissotterra un ricordo, una sensazione, rinchiusa in una delle alcove della memoria. È un istante che ha in sé il fascino di una epifania Joyciana, una aletheia che si svela pian piano. Qualcosa di non molto dissimile dalla memoria involontaria proustiana che, aprendo varchi temporali, permette di rivivere emozioni lontane.
È sufficiente un istante ad annullare la distanza tra passato e presente.

Elderly woman behind the counter in a small town. Ballata dell’iconico gruppo grunge di Seattle. Traccia n. 10 del secondo album in studio dei Pearl Jam: Vs. (1993).

I riflettori sono puntati su un’anziana signora imprigionata nell’ordinaria quotidianità di una città di provincia in cui nulla mai accade a rompere il monotono equilibrio. Sembra di scorgerla questa signora, da anni dietro a quel bancone in legno di quel piccolo negozio ad immagazzinare le proprie giornate e a guardarle ripetersi, sempre uguali a se stesse.

E poi, il tintinnio del campanello della porta a segnalare l’ingresso di un nuovo cliente: un uomo, ma non uno di quelli che è abituata a vedere, giorno dopo giorno, varcare la soglia del suo negozio.

Un uomo con un viso che le risuona nel petto e la cui vista riporta a galla i rimpianti di una vita.

Lentamente quel volto riemerge dal mare dei ricordi dell’anziana commerciante: “memories like fingerprints are slowly raising”.

Quell’uomo viene da lontano e sprigiona tutto il fascino di ciò che si è avuto e perduto: “I swear I recognize your breath” in cui il respiro dell’uomo rievoca un’intimità passata persa nella voragine degli anni.

(O, forse, il fascino di ciò che si ha intensamente bramato e mai realizzato.)

L’anziana donna teme che nessuna agnizione abbia luogo, quasi incolmabile le sembra la distanza temporale. Ma è pur vero che il tempo, avanzando senza tregua, nulla di ciò che è stato importante condanna all’oblio. “E colui che dimentica è destinato a ricordare” canta Eddie Vedder in un altro leggendario brano dei ragazzi evergreen di Seattle dal titolo Nothingman.

Quella donna vorrebbe andare incontro a quell’uomo che probabilmente (anche senza saperlo) aspettava da anni e stringersi tra le sue braccia.
Quella donna vorrebbe gridare e permettere al passato (reale o immaginario) di essere (di nuovo o per la prima volta) presente.
Quella donna vorrebbe liberarsi finalmente del rimpianto della mancata (o lontana) realizzazione di un anelito troppo a lungo domato.

Quella donna vorrebbe, ma non riesce.

Sentimenti e pensieri svaniscono nel nulla, canta Vedder.

L’uomo esce dal negozio lasciando la porta chiudersi alle sue spalle. È solo, ma con un’immagine fotografata nella mente: l’immagine di quando era (erano) giovane (giovani), giovani ed eterni come forse solo i ricordi di ciò che tanto abbiamo bramato e, probabilmente, mai ottenuto sanno essere.

La donna rimarrà, ancora e per sempre, dietro al suo bancone riponendo il volto di Lui in una preziosa scatola di mogano in uno dei cassetti della sua memoria.

Elderly woman behind the counter in a small town evoca la delicatezza, la nostalgia dei tempi andati nell’ineluttabile avanzata della vecchiaia e il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e, forse, non è mai stato.

Ascolti costantemente questa intramontabile traccia e la voce di Vedder, con la sua estensione vocale che sembra non avere limiti, ti inonda il cuore. E ad ogni “I seem to recognize your face”, viene in mente un finale alternativo.

Non più l’anziana signora di nuovo e per sempre sola nel negozio di provincia, ma una donna e un uomo, anziani e non più soli, entrambi stupiti “dalla misteriosa permanenza dell’amore nella corrente mai ferma della vita.”

Ti ho vista sai?
Seduta in quel caffè
ieri ci passavo innanzi
perso in fatti miei…

Un’altra ballata. Delicata e poetica. Uno scenario diverso ma simile: in una città indefinita ecco apparire un piccolo caffè che l’immaginazione associa ad un interno dei quadri di Edward Hopper.

Malinconica. Traccia n 10 (ironia della sorte) da Che cosa vedi, (2000), quarto album in studio dei Marlene Kuntz, considerato quello con cui l’iconico gruppo rock nato a Cuneo nel 1987 approda alla maturità artistica.

Malinconica è la descrizione di una inaspettata visione, così realistica e tangibile da sembrare una scena dipinta sulla tela di un pittore il cui titolo potrebbe essere istantanea di una miracolosa epifania.

Sguardo puntato all’interno di un locale: una serie di tavolini. Su uno di questi posa le sue braccia una donna.

Se nella ballata dei Pearl Jam  l’io narrante assume il punto di vista del personaggio femminile, ovvero l’anziana signora, e la narrazione è quindi effettuata dall’interno dell’ambiente rappresentato, in questo caso l’io narrante (e noi insieme a lui) osserva inizialmente la scena dall’esterno.

Un uomo, passando di fronte ad un caffè, si imbatte in un amico di vecchia data e, una volta entrato nel locale, (ri)vede lì, seduta, quella donna che conserva tutta la disarmante bellezza di un tempo.

Magneticamente, e forse inconsapevolmente, la protagonista femminile del brano attrae a sé l’attenzione dell’io poetico, rendendolo estraneo a tutto ciò che lo circonda, completamente rapito dalla presenza di Lei.

“Non sentivo, non parlavo, io guardavo te” canta Cristiano Godano, frontman e autore dei testi dei Marlene Kuntz.

Malinconica è la fotografia di un (r)incontro. Un (r)incontro che evoca immagini fortemente suggestive: un ricordo bussa alle porte del presente e un istante meravigliosamente e magnificamente invade il tempo.

Nella durata di quell’istante lui rivedrà se stesso amarla come quando, pur conoscendola a malapena, amava già tutto di lei. Nella durata di quell’istante lui rivivrà la stessa identica malinconia vissuta sei anni prima.

Anche quest’uomo, probabilmente, uscirà solo dal caffè, posando ancora una volta (o forse per l’ultima volta) il suo sguardo su quella donna che tornerà ad essere un tassello incastonato nel complesso mosaico della sua mente.

I versi conclusivi della traccia dipingono poeticamente la dolce-amara Malinconia di ciò che è possibile rivivere solo in un’invecchiata, sbiadita, sfocata istantanea della mente, virata verso il blu:

Vellutata nostalgia
Serica malinconia

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