Rocknrolla: la Londra traffichina di Guy Ritchie

Guy Ritchie ha certamente un talento innato nel raccontare le pieghe infinite del Paese di Sua Maestà. Così, nel suo film Rocknrolla del 2008, riesce a tessere perfettamente, con una storia congeniale a lui, la non proprio piccola malavita londinese.

I personaggi che contraddistinguono le vicende del regista di Hatfield sono come sempre variegati, e neanche a dirlo vengono messi in movimento da quello che Hitchcock avrebbe definito un MacGuffin. Il termine, inventato dallo stesso regista inglese, rappresenta la causa per cui una storia acquisisce una sua evoluzione. In questo caso è un’opera d’arte appartenente ad un magnate russo, che ricorda vagamente Roman Abramovič sia per la caratteristica aplombe che per gli incontri (che quasi sempre avvengono nella private room di uno stadio) con il losco uomo d’affari Lenny Cole, che è anche il burattinaio di molte attività criminali nella City.

L’immenso groviglio che si crea è tipico del cinema “Ritchiano” ma comunque mai dispersivo, e ci fa comprendere tutti quei piccoli ingranaggi della criminalità britannica che corrompe e a sua volta viene corrotta, più che dal denaro, dal vero tesoro che emergerà nella trama: le informazioni. Perché sono proprio queste ultime che mantengono l’ordine tra le “classi sociali” del malaffare. Il contraddistintivo humor nero della storia non si abbandona mai ad eccessivi tagli violenti, anzi nasconde nella gang di “One Two” (interpretato da un Gerard Butler a suo agio nei ruoli di forza) “duri dal cuore di panna”, come avrebbero detto una sgangherata punk band di ragazzi nel romanzo d’esordio di Enrico Brizzi.

Il film arriva qualche anno dopo la brutta parentesi del remake sul film della Wertmüller Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, un tentativo influenzato profondamente da una ex moglie ingombrante come Madonna, convinta del progetto poi rivelatosi fallimentare. Era il periodo del blocco creativo per il regista, forse eccessivamente influenzato negativamente dalle infinite ambizioni della cantante di origini italiane. Con Rocknrolla, invece, quello che fu definito il Tarantino inglese riesce a donarci una sequela di situazioni a limite del surreale: ci insegna ad esempio come fare buon uso di una semplice matita e come la cultura molto spesso si trovi nei posti più impensabili.

La rigenerazione artistica di Guy Ritchie coincide anche con le nuove leve attoriali del cinema d’oltremanica, come Tom Hardy, all’epoca conosciuto solo tra le mura amiche, che nel ruolo di Bob il bello regala vere e proprie perle di humor britannico, o Idris Elba/Mumbles, che dopo un’infinita gavetta finalmente giunge al grande pubblico. Le volute esagerazioni che l’intero cast si diverte ad eseguire riconfermano Ritchie e la sua ritrovata frizzantezza in un caos allucinato che non può non ricordare Snatch – Lo strappo, evitando di gettare una carriera ben avviata in pasto ai maiali, proprio come il suo personaggio “Testarossa” – Polford che amava risolvere i problemi con questa pratica.

“La gente chiede cos’è un RocknRolla? E io rispondo che non si tratta solo sesso, droghe o corse in ospedale. C’è molto più di questo, amico mio. A tutti noi piace un assaggio di Bella Vita. Qualcuno vuole i soldi, qualcun altro vuole la droga, altri ancora vogliono il sesso, il glamour o la fama. Ma un RocknRolla, bé, lui è diverso. Perché? Semplice. Un vero RocknRolla vuole tutto il fottuto pacchetto.”

La voce narrante dell’ottimo Mark Strong/Archie, che più di tutti rappresenta l’onore in un mondo spietato ed illusorio, ci fa ancora di più apprezzare il ritmo serrato delle azioni e di una fotografia curata da David Higgs che lucida appieno tutta la pellicola. Il linguaggio neanche a dirlo è sporco e parecchio old-time, lontano dai dialoghi più ammorbiditi dal cinema degli ultimi anni. La colonna sonora ricalca molto l’underground inglese, che però non disdegna dei mostri sacri come i Clash e la loro Bankrobber, o Lou Reed con The Gun. Da ricordare è l’esibizione dal vivo nella pellicola dei The Subways, con il loro indie-rock che contagia ed il loro cavallo di battaglia Rock & Roll Queen, che solo ascoltando l’intro ti proietta nel film.

L’opera, in definitiva, si diverte da matti a giocare con le vite dei protagonisti, anche quelli più temibili, così da costruire un ecosistema visionario e beffardo. Si sviluppa quasi come un videoclip anni Novanta di qualche band meteora che con un solo album si fa ricordare. Così il film ha come suo maggior pregio di svuotare completamente lo spettatore, immergendolo in una spirale di piacevole insania che lo catapulterà nell’East End, a dibattere sulla partita del West Ham in rigoroso dialetto cockney mentre si è arrivati alla terza pinta di birra.

La conclusione ci lascia aperti ad un seguito che oramai a più di dieci anni sembra difficile, ma chissà, magari Guy, messe da parte le ambizioni Hollywoodiane, ritornerà nuovamente al genere che ha fatto la sua fortuna.

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