Daniel Blumberg, Minus: un disco capace di ammaliare

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Ci sono dischi densi di forza espressiva, frutto delle tante vicende personali che accompagnano l’esistenza di un musicista. Eventi che entrano nelle note, nella testa, nella musica. Un esempio frecente è Minus, di Daniel Blumberg, pubblicato nel 2018 su Mute: quando la musica diventa così catartica e necessaria ecco che le note ci arrivano con un intimismo capace di ammaliare l’ascoltare che cerca di stare dietro a tanta volontà di comunicazione, anche se apparentemente difficile.

Piano e violini a tratti dissonanti, rumori cupi e strane alchimie sonore ci inchiodano all’ascolto sia nei suoi momenti più accessibili e armonici sia in quelli in cui le divagazioni si fanno più sperimentali e ondivaghe. Se riuscirete a non farvi spaventare dal primo impatto scoprirete la bellezza insita in canzoni come Stacked o Minus, una bellezza così disarmante e toccante da darci i brividi. Lasciate che la stessa forza e costanza che ha Daniel Blumberg, nel proporre la sua musica, sia anche la vostra, mentre ascoltate: tutto funzionerà in modo magico.

Tutte le sue composizioni sono sorrette da un flusso di materia inconscia inarrestabile e benedetta. La dolente vocalità si insinua nelle pieghe del pianoforte, nelle dissonanze delle chitarre, tra i crepiti nelle stanze, sui gemiti del violino e al seguito di insolite cerimonie percussive. Minus è terra, psiche e senso dell’infinito; è cielo, respiro e laica preghiera.

Scoprire questo artista è entrare in un mondo “altro” in cui si realizza la condivisione di una intimità emotiva estrema. È stupefacente pensare che un artista così giovane riesca a essere non solo così maturo, ma anche così completo, quasi ancestrale.

“Sono qua, ma senza l’intenzione di provare qualcosa”. Una semplice frase ripetuta ossessivamente, su un giro di piano e un violino prima dissonante, poi con una melodia da manuale di contrappunto. Inizia così uno dei dischi più belli degli ultimi anni. Pochi secondi e sei già siamo dentro il mondo di Daniel Blumberg, senza via d’uscita. “Minus”, come quella frase “Minus the intent to feel, I’m here” ripetuta come un mantra.

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