Un Affare di Famiglia: da Kore-eda Hirokazu un inno all’innocenza

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Il maestro giapponese Kore-eda Hirokazu, nel suo ultimo Un affare di famiglia (2018), mette al centro un piccolo gruppo di persone e ci fa girare attorno il mondo, un po’ come in una natività postmoderna, sommersa e dimenticata.

Nell’umile famiglia Shibata c’è una nonna, una coppia formata dall’operaio edile Osamu e da Nobuko, stiratrice a chiamata, c’e una sorellona, Aki, studentessa che lavora come semiprostituta in un peep-show e Shota, un ragazzino abbandonato in un’auto nel parcheggio di un’area di giochi e slot-machines. A loro si aggiungerà Juri, una dolce bambina di cinque anni trovata sola, denutrita e maltrattata dai veri genitori.

Gli umili componenti della famiglia Shibata hanno la rara caratteristica di essersi scelti. In un mondo ipertecnologico e postindustriale segnato da solitudini, patologie individuali e di coppia e indifferenza, in cui non si sceglie veramente più niente, un mondo governato dalla cieca burocrazia e dalla violenza dei mercati, che scelgono per noi quello che più ci isola e ci rattrista, rimane il bisogno di nutrirci, dormire e fare (poco) l’amore. Solo questo. Sono le cose che ogni essere umano ha ancora in comune con gli altri. Mentre nuove oscure mutazioni, tra cui la possibilità di frapporsi tra una persona e una piccola questione di giustizia -per poi dare la colpa a qualche regola- stanno confinando l’innocenza, la naturalezza e la magia.

L’umile famiglia Shibata, lungo la prima metà del film, non solo tiene sorprendentemente viva la magia e l’innocenza, ma ci soffia sopra, evocando spiriti affini, in armonia fra loro, capaci di sorvolare le infinite pianure e gli abissi dell’esistenza, morte compresa. Penso a quando Osamu e Nobuyo, non potendosi permettere un funerale o una cremazione, decidono di tenere con loro la nonna dopo la sua morte. Di seppellirla lì, con loro. “Potremmo continuare a stare vicino a lei” dice Nobuyo. “Nonna, è vero che ti senti sola adesso?” E poi chiede a Juri se vuole che la nonna rimanga con loro. Sì, le risponde la bambina.

È tutto più naturale, più armonioso, più a misura d’uomo. E quando l’uomo, che normalmente dorme in piedi, si sveglia sia dal sonno che dall’astrazione dentro la minuscola eppure infinita metratura di casa Shibata -come dentro ogni piccolo gesto venuto da sé, accompagnato e istruito dal più dolce e tenero istinto- trova finalmente se stesso, capisce dov’è e l’infinita estensione delle sue relazioni. Scopre che solo la realtà può essere davvero favolosa, ma il principio della favola deve materializzarsi dentro uno spazio di relazioni e affetti che le famiglie tradizionali sembrano aver perso. “Se rispettassimo solo ciò che è inevitabile e ha una ragione di essere, la musica e la poesia risuonerebbero nelle strade” scriveva Thoreau. Questa famiglia di shoplifters, taccheggiatori del sottosuolo, accoglie due minori abbandonati che trovano al suo interno una nuova appartenenza e legami più caldi e meno impersonali. Come a dire che ormai solo un’esperienza di devianza può generare valori positivi, se l’assetto sociale è spersonalizzante e basato su ideologie competitive e consumistiche.

Qui non c’è neanche la cattiveria dickensiana nell’insegnare a rubare ai bambini (Oliver Twist). Osamu Shibata, infatti, interrogato sul perché avesse introdotto il bambino al furto, risponde: “era l’unica cosa che potevo insegnargli”. Per Osamu e Nobuyo d’altra parte sarà assolutamente naturale aiutare la piccola Juri lasciata dai genitori per punizione al gelo nel terrazzo,e poi accoglierla nella famiglia dopo aver visto i lividi sulle sue braccia. Non si fanno domande, seguono quello che gli dice il cuore, anche se sanno che socialmente è sbagliato, che giuridicamente potrebbero essere accusati di rapimento di minore. I suoi componenti potrebbero resistere energicamente con più o meno effetto, correre qua e là in preda a follia sanguinaria contro la società, ma preferiscono che la società impazzita e sanguinaria gli corra incontro. E’ la soluzione più disperata.

I ritratti del regista, Kore-eda Hirokazu -che qui sembra chiudere una trilogia dopo lo scambio di figli di Father and Son (2013) e la sorellanza estesa di Little Sister (2015), mentre il recente Ritratto di famiglia con tempesta (2016) affronta temi leggermente diversi- sono sempre limpidi e commoventi, come se il suo lavoro si limitasse a un’unica, metodica opera di disseppellimento della realtà più vera, quella compresa e osservata dai bambini (e dall’anziana nonna), delle cose grandi e nobili che hanno un’esistenza permanente e assoluta. Perché dentro la dolcezza dei bambini è nascosto il futuro, ma anche le coordinate per un ipnotico e quanto mai reale viaggio al centro del mondo, mentre in quei grigi centri degli affari chiamati città regna un’umanità perduta.

Splendidi per grazia e delicatezza sono gli episodi di vita famigliare, come la serata con i fuochi d’artificio o la giornata passata al mare in cui la nonna, commossa, riesce solo a sussurrare “grazie”. Il registra giapponese dirige i bambini e gli adolescenti con una naturalezza e una espressività mai fuori misura, sempre credibili. Molto efficaci le sequenze girate dentro le stanze della casetta, riprese dal basso e con una fotografia calda e luminosa, opposta a quella fredda e grigia degli esterni.

Significative anche le le simmetrie di lividi e bruciature (le braccia delle donne, le gambe degli uomini), che accomunano paternità o maternità e sembrano segni del destino, esposti di fronte a una giustizia che chiude occhi e orecchie. Le professioni umilianti o usuranti che accomunano i membri della famiglia costituiscono il nuovo proletariato urbano, la classe operaia che, invece di sognare il paradiso o una rivoluzione, convive con il job sharing.

Nell’ultima parte, dopo che l’incantesimo si sarà spezzato e l’isolamento sociale degli Shibata avrà termine, i toni cambiano rapidamente. L’entrata in scena delle figure istituzionali preposte – assistenti sociali, magistrati, psicologi – svela, con freddi e asettici interrogatori, il passato dei vari componenti della famiglia. Lunghi primi piani ritraggono gli occhi dolci e sereni di Nobuyo, alla fine, dietro i vetri della prigione, come se niente potesse di diritto costringere un uomo e una donna semplici e coraggiosi a una volgare tristezza. “Sono stata molto felice” dice a Osamu e Shota quando vanno a trovarla. “Se questo è il prezzo che devo pagare, ci sto”. I legami sociali ufficiali, nel frattempo, verranno ripristinati. Lo scontro tra legge e natura raggiunge il suo apice nell’epilogo, dimostrando l’invincibilità della prima – che impedisce la costruzione di un modello alternativo – ma ribadendo con forza le ragioni della seconda.

In Un affare di famiglia Kore-Eda si limita a fare delle domande, senza forzare delle risposte. Magari ce le suggerisce attraverso lo sguardo triste di Yuri che sale sullo sgabello e guarda dal terrazzo per vedere se sono tornati quei personaggi strani che gli avevano dato affetto e serenità. Perché è sempre lo sguardo di un bambino a sorvegliare su di noi. C’è sempre un bambino a insegnare l’amore.

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