La ambient esoterica di Taru

È lecito affermare che, a volte, ci concentriamo più sui musicisti rispetto all’essenza musicale in sé. Mentre in passato le note han spesso svelato la lezione di come certe forme di anonimia siano una preziosa forma espositiva per gli artisti. Dai The Residents fino ai Daft Punk, la scelta di porre un velo sui compositori ha sia avuto la funzione di concentrarsi meglio sull’elaborato che essi producevano, che aumentare una sorta di aura misteriosa dietro quei microfoni, anche per interi decenni e senza svelare mai cosa ci fosse sotto la loro maschera: come una sorta di eroi dei fumetti, che magari non salveranno il mondo, ma di sicuro sanno come allietarlo. Taru, come progetto, fluttua verso questa direzione come un fuoco fatuo. Una fiammella esoterica alimentata dalle lezioni di musica astratta impartita negli anni ’70, inizialmente per pochi eletti, capace di far vivere momenti di ipnotici pentagrammi letargici. Con indissolubile spirito verace e pochi compromessi di sorta.

È con questo spirito che nasce, o forse sarebbe più adatto dire che si genera, Suspension 900, la prima raccolta di composizioni di questa entità sonora. Il titolo omaggia alcune fascinazioni rispetto alla cosiddetta musica sospesa del 1900. Quaranta minuti di vibrazioni chirurgicamente scolpite elettronicamente, abbastanza perché potessero magari saziare la forma di un vinile, per poi posarlo delicatamente nello scaffale, accanto a certi maestri che hanno fatto dell’ambient un microcosmo di lievi e geometriche pennellature su una infinita tela. Richiama alla memoria i primi pioneristici album del settore, da una parte quel tocco minimale di Brian Eno e la sua Discreet Music, dall’altra, il calore delle composizioni incise da Harold Budd nei suoi anni 80, fondendosi in alcuni fugaci istanti, distanziandosi in altri.

Cibo per la mente, colonne sonore per film lisergici ambientati in città subacquee dalle residenze in pietra ed abbandonate. Il cinema sembra essere infatti la seconda, grande, macroispirazione di questo ambizioso progetto. L’ossatura strumentale delle canzoni ricavate e al servizio di esaltare una o più scena che sembra essere compiuta proprio in quell’istante ma, allo stesso tempo, un album che presenta l’ambivalenza di fungere da respiro atmosferico in una camera da letto, suonato in loop a luce soffusa.

L’esplorazione sonica non si arresta comunque a questo insieme di metacanzoni, l’avventura di Taru si è successivamente snodata in contesti maggiormente portati all’analisi e vivisezione del ritmo, smantellando lievemente alcune soluzioni più eteree. Più che sacrificate, sublimate verso una ricerca di vibrazioni marcate e tonanti. A tale dimostrazione Blue Prison, svelata su Soundcloud, confessa un’anima ibrida tra contaminazioni Trip Hop e seduzioni e VCMG.

Aleggia dunque quel (Big?) Beat techno nel presente che farebbe drizzare l’attenzione anche ad un catalogo raffinato del calibro della Mute Records. E in generale avrebbe fatto sicuramente gola a diverse realtà indipendenti britanniche tra la fine degli anni ottanta e inizio del decennio successivo.

Materiale da “maneggiare con cura”, direbbe una scatola, ma è Taru stesso ad essere un contenitore, di natura però stilistica, da cui ispirarsi e lasciare ispirare in un rapporto quasi di fotosintesi. Perché qui non c’è niente che si possa “rompere”, se non gli schemi di una routine del nostro mercato discografico che è un po’ avulso e straniero da questo genere di proposte. Manca una reale scena che possa indirizzare correttamente l’audience verso queste avventure più digitali ed espressioniste, che farebbero anche la gioia di metArtisti come John Cage e non lavorano caricando sui Social immagini, ma le creano. Che non distribuiscono videoclip, ma te li lasciano immaginare nella tua mente. Come piccoli parchi incontaminati di sperimentalismi di un giardino del suono con ancora tutte le foglie ancora verdeggianti.

Taru
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Testo: Federico Francesco Falco

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