Trainspotting: la lucida follia del film che sconvolse gli anni ’90

È singolare come alcune pellicole segnino pesantemente le generazioni che le vivono. Tanto da fare da monito anche per quelle dopo che le faranno a sua volta sue. Così è valso per la musica sino ai primi anni Duemila ed allo sdoganamento del digitale, che ha certamente contribuito alla espansione culturale, quanto alla sua dipartita.

In tempi in cui non esistevano i “talent-show” e dove per emergere non dovevi avere solo un bel viso, le persone si davano all’arte in tutte le sue sfaccettature, dappertutto. Se pensiamo che alcuni dei più grandi successi musicali e letterari alternativi provengono dalla casualità e dai “garage”, stenteremmo quasi a credere come siamo arrivati ad oggi ed a queste stupide regole del business.

Così nelle agitate acque della Londra dei primi anni Novanta viene concepito uno dei romanzi culto della nuova letteratura britannica: Trainspotting. Primo romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh, che fu redatto solo come esercizio personale ma che finì per arrivare nella redazione della rivista Rebel.Inc. Il magazine ne pubblica solo qualche estratto, ma tutto ciò ingolosisce alcuni editori, e da lì la svolta per l’ex-tossico di Leith, che dai servizi sociali si ritrova a custodire un talento unico per un certo tipo di narrazione.

La storia non lineare del romanzo influenza a larghi tratti il film omonimo del 1996 (anno in cui vede la luce anche il romanzo nel nostro Paese), diretto da Danny Boyle. Il regista di Manchester, figlio di immigrati irlandesi, riesce a farci percepire quel misto di situazionismo borderline e follia allo stato puro di questa compagnia di amici eroinomani, che alla fine degli anni Ottanta ad Edimburgo vivono le vicissitudini e la miseria che questo genere di dipendenza comporta. L’umorismo nero che accompagna la pellicola, Boyle lo eredita soprattutto dal suo film d’esordio, Piccoli omicidi tra amici, in cui esordisce anche il suo attore feticcio Ewan Mcgregor. lo stesso che contribuirà a rendere Trainspotting uno dei migliori lungometraggi della storia del cinema britannico.

Anche in questo caso si attinge a piene mani dal passato, gli stessi protagonisti hanno interessanti conversazioni sullo Sean Connery della saga dei Bond, o sul talento di George Best, che militò a fine carriera per due stagioni nella squadra per cui tifa tutto il gruppo di amici (e lo stesso Welsh): l’“Hibernian”. Il viaggio nel mondo degli stupefacenti, che questi ragazzi decidono coscientemente di iniziare, è sicuramente a tratti squallido e schizofrenico, ma fa indubbiamente da apripista ai disagi odierni. Il crollo dello stato sociale, avvenuto nell’Inghilterra Thatcheriana e che coinvolse ovviamente gli stati confinanti, riducevano sempre di più la classe lavoratrice, ai margini di una società per nulla inclusiva.

La maggiore capacità del film è sicuramente quella di immortalare non solo una generazione, ma l’arco vitale di quelli che furono gli anni Novanta, descrivendo alla perfezione i sobborghi britannici. A parte il sopracitato Mcgregor, che arrivò a perdere tredici chili per cimentarsi nei panni di Renton, spiccano senza dubbio Ewen Bremner nel ruolo di Spud (ascoltare il suo monologo durante il colloquio per un impiego ci regala momenti di vera ilarità) e Jonny Lee Miller, che nella parte del viscido Sick Boy convince appieno. Tra l’altro quest’ultimo si presentò al provino per il film con un marcato accento alla Sean Connery che convinse subito il regista. I maggiori dubbi ricaddero su Robert Carlyle, dall’aria mite e decisamente diverso dal violento Begbie, ma l’attore prese spunto dai suoi incontri nei pub di Glasgow, dove a suo dire era molto semplice imbattersi in tipi del genere.

In questo cast apparentemente disomogeneo, ma che si rivelerà ampiamente accorato, c’è da ricordare anche i piccoli ruoli, come quello della giovanissima Kelly Macdonald, concretissima, nonostante la sua giovane età, o lo stesso Welsh, che nei panni di un piccolissimo spacciatore vende a Renton delle supposte veramente molto particolari (e ripescarle dalla tazza del cesso “del peggior bagno di tutta la Scozia” diventa una vera è propria odissea).

La colonna sonora è fatta su misura per la pellicola, con l’immensa Lust for life di Iggy Pop, uscita dagli Hansa Tonstudio (noti anche come “Hansa by the wall Studios” per via della vicinanza ad un tratto del muro di Berlino), responsabili di diversi album memorabili della storia del rock. La soundtrack procede con Lou Reed, Brian Eno, ma anche gran brani dell’epoca come Sing dei Blur.

Un vero e proprio bagno nella realtà, dura e nera come la pece di alcuni giovani apparentemente senza scampo, ma con qualcuno che alla fine forse vorrà redimersi:

“Metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, Natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai.”

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