Escape at Dannemora: i significati e la storia vera della serie tv

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Che storia racconta Escape at Dannemora, premiata miniserie Showtime uscita a fine 2018?

Una storia vera innanzitutto, accaduta nell’Upstate di New York a giugno 2015. Due detenuti del carcere di massima sicurezza Clinton Correctional Facility, David Sweat (Paul Dano) e Richard Matt (Benicio Del Toro), fuggono dalla struttura, con la complicità di una dipendente della prigione, Joyce “Tilly” Mitchell (Patricia Arquette) -vero fulcro della serie- che sfoga la sua frustrazione sessuale con entrambi. In un’intervista al Today Show nel 2015, la vera Joyce aveva confessato la depressione di cui soffriva. “Penso abbiano visto la mia debolezza, da lì è partito tutto. Mi piacevano le loro attenzioni, come mi facevano sentire, e il pensiero di una vita diversa.”

Racconta i mesi e i giorni precedenti alla fuga, e di come quell’evasione memorabile, famosa negli Usa, sia stata possibile. Chi ha plagiato chi? Soprattutto, la nostra tanto pretesa e sbandierata libertà è così diversa dalla loro prigionia? I nostri salotti, le nostre stanze da letto, i riti cui ci sottoponiamo, sono così diversi dai loro? Le loro inesistenze così diverse dalle nostre? Sembriamo tutti irrimediabilmente sommersi, qui, condannati al marcio, all’ignoranza e allo squallore. A vagare fra le ombre, mentre la libertà vera si staglia sopra di noi, sopra i muri che ci dividono, come il rapace ripreso nei primi fotogrammi di questa serie.

Alla regia Ben Stiller, il re della commedia demenziale, che dopo I sogni segreti di Walter Mitty torna a dirigere elaborando un prodotto semi-mainstream raffinato, sorprendente, elegante e profondo. Le sue riprese esplorano mondi e persone isolate e in fuga dalla giustizia, confinate dentro un non luogo tanto apparentemente distante da tutto quanto vicino, a soli dodici metri di cemento armato dallo stato autoproclamatosi Centro del Commercio Mondiale. Procedendo si scoprono altri mondi e altre persone in fuga da se stesse e dalle prigioni che quegli stessi commerci, quella società ha costruito per loro, esseri semplici, ingenui, plagiabili e sacrificati all’onda d’urto, al “rinculo” del male e dell’indifferenza, alle loro mutevoli forme.

In questo i creatori della serie, Brett Johnson eMichael Tolkin, si dimostrano debitori della serie antologica Fargo e delle intuizioni dei fratelli Coen. Secondo i ritmi lenti, i sottotesti e le infinite sfumature drammatiche, drammaticamente comiche, lievi, ironiche, del miglior cinema indie, si passa dagli occhi tristi, intensi e determinati di Paul Dano, giovane e bravissimo attore già apprezzato in filmcome Little Miss Sunshine, Fast Food Nation, La Storia di Jack e Rose e Youth – La Giovinezza di Sorrentino, a quelli astuti, duri e opportunisti di Del Toro -il socio di Deep in Paura e Delirio a Las Vegas– per arrivare alla straordinaria interpretazione del premio Oscar (per Boyhood) Patricia Arquette, che divora lo show, irriconoscibile nelle vesti trash ed economiche di Joyce “Tilly” Mitchell, donna di mezz’età che supervisiona la sartoria del carcere, con tanto di denti orribili, capelli arruffati, occhialoni e una disperata fame di sesso clandestino con i detenuti. Con uno di loro in particolare, David Sweat, carcerato tranquillo, che non vuole rotture di scatole, quasi sempre immobile ma decisivo al momento giusto (mentre il “collega” Richard Matt è uno spaccone tutto mosse e occhiate oblique).

La Arquette è sempre stata un’attrice apprezzata. Intensa, versatile. Eppure, quando la vediamo apparire per la prima volta in Escape at Dannemora rimaniamo spiazzati. La sua introduzione avviene volutamente in maniera lentissima. La sentiamo parlare, vediamo la sua figura volutamente appesantita, i capelli di un biondo spento, la pelle rovinata. Non è la solita Patricia Arquette. Sembra sia riuscita a uscire da se stessa per entrare nei panni squallidi, mediocri, massicci, ingenui, odiosi e imbruttiti di Tilly Mitchell.

Tra leggera infatuazione e il malcelato desiderio di consumare una fuga da una vita mediocre, Tilly è vittima di se stessa e dei due. Seguiamo gli incontri fugaci in uno sgabuzzino prima con l’uno e poi con l’altro, mentre poco a poco la storia ci racconta i piccoli passi verso la fuga dalla struttura. Con Tilly entriamo anche nei grandi supermercati, i Walmart o i Costco americani, epicentro della serialità e del fordismo applicato all’industria alimentare e alla vendita al dettaglio. Scorriamo lunghissimi scaffali pieni di prodotti tutti identici, inumani, processati, postmoderni e asettici. Assieme a lei esploriamo il vuoto affettivo e la mancanza di comunicazione con il partner, il sottomesso, tenero e fedele Lyle Mitchell. Osserviamo i suoi gesti (e quelli dei carcerati) ripetersi ossessivamente, e caricarsi di un valore sempre maggiore.

Ma mentre Sweat e Matt sembrano in qualche modo meritarsi una possibilità di fuga dai deserti sentimentali e dai circuiti atemporali creati ad arte attorno a loro, riti per far scomparire (chiusi nelle loro celle, sono costretti a usare degli specchietti per guardarsi negli occhi, e a spezzare le lunghissime file alle mense per avere a che fare tra loro), Tilly ignora completamente le sue colpe e le sue condanne. Presenta se stessa come una vittima, appare emotivamente instabile e facilmente manipolabile. Sottovaluta le prigioni, i circuiti autoconclusivi e i veleni catodici, le trame malate e le narrazioni cui anche lei e quelli come lei sono sottoposti. Anzi, ci si immerge e naviga a vista, sognando, ma a bassissima quota, sogni da brochure -patinati, a breve scadenza, sostituibili- o perversioni sessuali audaci, andando a sbattere alla fine contro il sogno definitivo, definitivamente irrealizzabile, la fuga romantica in Messico con il “bel David” e un omicida messicano.

Ma la realtà è lì, appena sotto la superficie, e parla di degrado, anonimato e morte interiore per chi non è capace di interpretare le carte e volare alto, molto alto, sopra i boschi di sequoia a nord dello stato di New York, sopra i muri che alziamo a tanto così da terra, sopra i centri mondiali, i commerci e gli spacci di (ir)realtà a basso prezzo. Si parla di morte per chi non è capace di essere -anche se solo per un momento nella vita- l’aquila che vola sopra questa storia.

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