Cosa facciamo con la musica dei mostri?

Posted by

Ho in testa da mesi la canzone di un rapper accusato di violenza e abusi domestici dalla sua ragazza, a quel tempo addirittura incinta.

Premo play su Spotify e, tutte le volte, quello che mi arriva alle orecchie non sono solo la sua voce, ondeggiante come un mare in tempesta, e un beat emo trap ammaliante. Ma ondate di un senso di colpa che faccio fatica a capire e incasellare.

Ma sono sicura di non essere l’unica. Sono certa che vi sarà capitato anche a voi, dopo aver scoperto che l’artista che avete sempre ammirato non solo è anche un uomo. Ma è più simile a un mostro. Vi sarà capitato di non sapere più cosa farvene, di quella musica. Perchè non sapete cosa sarebbe giusto provare, ascoltandola.

È lo stesso che è successo con Roman Polanski, Woody Allen, Bill Cosby, William Burroughs, Richard Wagner, V. S. Naipaul, John Galliano, Norman Mailer, Ezra Pound, Caravaggio, Floyd Mayweather, Pablo Picasso, Max Ernst, Lead Belly, Miles Davis, Phil Spector. Le guardate ancora le puntate de I Robinson, con la stessa leggerezza di quando eravate bambini? O, tra una battuta e l’altra, vi viene in mente la copertina del New York Magazine, con le foto delle 35 donne che avrebbero accusato Bill Cosby di stupro?

Conoscete anche voi qualcuno che ad ogni nuova uscita di Woody Allen nelle sale vi ha risposto che no, non avrebbe visto il film a causa di quello che il regista ha combinato con Soon-yi Farrow Previn?

Io si.

A volte ho pensato che avevano ragione; altre che forse esageravano, e non erano capaci di distinguere e separare l’artista dall’opera d’arte. Che erano troppo coinvolti e poco, davvero poco razionali. O, addirittura, intelligenti. Poi però succede anche alla musica con cui ti identifichi e allora non ci capisci più niente. Scopri che l’artista che ha scritto quelle canzoni è anche un mostro, nella sua vita privata. E la distanza che eri riuscito a mantenere tra i suoni prodotti dall’artista e la vita che conduce si sgretola. Come un pandistelle.

E allora fingi di sapere esattamente cosa fare e ti lanci in filippiche infinite su Facebook, a difendere o ad attaccare, ma questo poco importa.

Non lo ascolterò più, per me è morto.

Ma dai, cosa c’entra con la sua musica, in fondo?

Fingiamo di sapere come comportarci, mentre ancora non abbiamo capito una cosa importante: quella musica semplicemente non se ne andrà, non importa quello che diciamo o scriviamo. Ma, così come spetta alla giustizia e alla società decidere cosa fare di quelle persone, a noi tocca invece rispondere ad un’altra domanda, non meno pungente: cosa facciamo della musica dei mostri? Ho una qualche responsabilità nei suoi confronti? Dovrei voltargli le spalle e le orecchie? O superare il mio personale disgusto nei confronti della biografia dell’artista e continuare ad ascoltare la sua musica?

Che si tratti di XXXTentacion, trapper 21enne ucciso in seguito alla sua condanna per violenza domestica e abusi; o R.Kelly, la star di I Believe I Can Fly, accusata e condannata per pedopornografia; o il rapper statunitense 6ix9ine, che sta scontando un ergastolo in carcere federale per accuse di racket e possesso di armi da fuoco; o ancora, che si tratti di BØRNS, accusato da diverse donne di averle drogate e aver approfittato sessualmente di loro. Di Ian Watkins dei Lostprophets. O di Orri Páll Dýrason, batterista dei Sigur Rós. O, ancora più difficile, di Michael Jackson, su cui la docuserie Leaving Neverland ha gettato ancora un’ombra, a dieci anni dalla sua scomparsa. La domanda rimane la stessa: come possiamo fare pace con la loro produzione musicale, che nel frattempo è diventata un po’ anche nostra?

E qui sono cazzi. Soprattutto perchè la musica è anche una scelta commerciale, seppure facciamo ancora una grandissima fatica a rendercene conto. È vero, magari non andiamo più nel negozio di dischi in centro, ma ogni volta che streammiamo un brano su Spotify stiamo aumentando i suoi ascolti e, anche se nell’ambito del centinaio di centesimo, contribuendo alla revenue finale dell’artista. E così come decidiamo di investire i nostri soldi solo in prodotti in cui crediamo o ci rivediamo, allo stesso modo non dovremmo forse farlo anche con la musica? L’ethical marketing sta andando alla grande, negli ultimi anni, tanto che un articolo apparso su entrepreneur.com afferma che “solo l’ethical marketing supererà il test del tempo” e “la presenza, o meno, dell’etichal marketing, potrebbe decidere il futuro del tuo business”.

E anche Spotify ha provato ad avvicinarsi a questo modello, nel tentativo, forse un po’ maldestro, di arginare le conseguenze delle gravissimi accuse nei conforti di XXXTentacion e R Kelly. Nel maggio 2018 Spotify ha annunciato che avrebbe rimosso la musica di XXXTentacion e R Kelly dalle sue playlist editoriali e algoritmiche. La loro musica sarebbe comunque rimasta disponibile sulla piattaforma, ma Spotify non l’avrebbe più attivamente sostenuta, in seguito all’implementazione di una Hate Content & Hateful Conduct policy, che aveva lo scopo di promuovere “l’apertura, la diversità, la tolleranza e il rispetto”. Nella sezione del sito Spotify che rispondeva alla domanda “e riguardo alla condotta ripugnante di un artista?”, la policy affermava: “Non censuriamo contenuti a causa del comportamento dell’artista, ma vogliamo che le nostre decisioni editoriali – che scegliamo di programmare – riflettano i nostri valori. Quando un artista fa qualcosa di specialmente dannoso e ripugnante (per esempio, violenza a danni di bambini o violenza sessuale), potrebbe influenzare il modo in cui lavoriamo con l’artista e lo supportiamo”.

Ed è quello che Spotify ha fatto, scegliendo, in particolare modo, di rimuovere SAD!, la hit di XXXTentacion, da RapCaviar, probabilmente la playlist più influente della piattaforma stessa. “Eliminerete anche la musica di Ozzy Osburne, Sid Vicious, David Bowie, Jimmy Page, Dr. Dre?”, è stata la riposta del team del rapper statunitense.

E non a torto.
Anche se.

Anche se il caso specifico di XXXTentacion pone l’accento su un’altra questione importantissima: la fissazione della cultura pop per l’oscurità umana, fissazione che a volte abbiamo difeso anche a costo umano. XXXTentacion chiede, in modo più o meno diretto, di poter beneficiare dello stesso trattamento di icone come Sid Vicious (accusato dell’omicidio di Nancy Spungen ma tanto, chissenefrega, la troia è e rimane sempre lei) e Kurt Cobain (il cui successo non poteva non andare di pari passo con l’odio insensato nei confronti di Courtney Love). Perchè, finché XXXTentacion avesse continuato a sostenere la sua innocenza, avrebbe potuto continuare a vivere del cliché del rock and roll, in cui accuse e miscondotte non sono quasi mai ostacoli, anzi. Questo fa del caso di XXXTentacion una storia ancora più spinosa e scomoda. Semplicemente perchè mostra che nulla è cambiato e il #MeToo, nel mondo della musica, forse non ha mai veramente attecchito. Ma questa è un’altra storia.

È bastato un mese per far vacillare la scelta di Spotify, che all’inizio di giugno ha reintegrato i brani di XXXTentacion nelle sue playlist, per poi dedicargli addirittura un messaggio commemorativo il giorno successivo alla sua uccisione. È bastato davvero poco, a riprova del fatto che il colosso svedese non avesse idea di come districarsi tra i tentacoli di un tema tanto complesso quanto il rapporto tra la moralità e la musica. E come Spotify siamo destinati a vacillare anche noi. Di continuo.

Perchè la musica, in quanto arte, deve farci sentire qualcosa. Il disgusto, la paura, la rabbia, non valgono come sentimenti abbastanza validi?

Perchè quello che ci connette alla musica è pura umanità. È il riconoscere la nostra umanità in qualcosa che è esterno da noi, come uno specchio. E forse l’umanità è fatta anche di mostruosità, come sembrano farci credere i grandi romanzi dell’epoca Vittoriana, Dr Jekyll e Mr. Hyde e Il ritratto di Dorian Gray?

Come ci ricorda Claire Dederer in un articolo per The Paris Review (che è stato di forte ispirazione per quello che state leggendo), il critico d’arte Walter Benjamin affermava che “alla base di ogni grande opera d’arte c’è un cumulo di barbarie”. Mentre la scrittrice Martha Gellhorn, fidanzata di Hemingway, pensava addirittura che il mostro dovesse diventare un artista: “un uomo deve essere un grandissimo genio per compensare il fatto di essere un essere umano così ripugnante”.

Mattia Feltri, in un editoriale per La Stampa intitolato Beat Degeneration, scriveva:

“Cose da fare urgentemente dopo la revoca del premio Emmy a Kevin Spacey, l’attore che molestava i ragazzini. Revocare i tre premi Oscar a Clark Gable che stuprò Loretta Young. Revocare i ventisei premi Oscar a Walt Disney che non voleva donne fra i collaboratori (ed era pure antisemita, ma forse non c’entra). Distruggere i quadri di Salvador Dalí che amava guardare ragazzini che si masturbavano. Distruggere i quadri di Picasso che a furia di violenze portò al suicidio Dora Maar. […]Revocare il premio Nobel a Ernest Hemingway che beveva e poi pestava le mogli. Conferire un premio Nobel a Erskin Caldwell e poi revocarglielo perché era brutale coi figli. Negare che William S. Burroughs sia mai appartenuto alla Beat generation perché sparò in testa alla moglie. […]Cambiare il nome della piattaforma Rousseau dei Cinque stelle perché Jean-Jacques amava denudarsi in pubblico. […]

Occhio, le indagini proseguono.”

Senza esagerare, questo è quello che ci vogliono dire: che la musica non è un contenuto perfetto per l’etica. Che forse musica e etica parlano due lingue completamente diverse, e con ogni traduzione perdiamo una sfumatura di senso.

È l’annosa questione del rapporto tra etica ed estetica che hanno affrontato i filosofi da John Ruskin ad oggi.

Per gli antichi etica ed estetica erano sullo stesso piano, avevano lo stesso valore, erano la base della virtù. L’ideale greco era infatti “bello e buono” (kalòs kai agathòs). Ma oggi il bello non coincide per forza con il buono – o con l’interessante, il profondo, e così via. Oggi la buccia di banana su cui ci troviamo più spesso a scivolare è un’altra: identificare opera e artista. “Questo è il punto più critico, perché giudicare il valore morale di un’opera in base a quello dell’autore suona un po’ come venire scartati da un concorso di bellezza perché proprio padre è brutto”, commenta Francesco d’Isa per Il Post. E continua: “I quadretti di paesaggio di Hitler non devono rispondere della follia omicida del loro autore, ma delle sue mediocri competenze pittoriche”. Fin qui tutto bene.

Ma l’arte deve essere per forza morale?

In realtà no, non è questo il suo compito. Ma, attenzione, che il nostro errore è spesso un altro: pensare che la morale dell’opera coincida per forza con quella dell’autore. Pensate a Nabokov e Lolita. Nabokov ha scritto Lolita senza essere per questo un pedofilo.

Secondo Francesco d’Isa, inoltre, rispondere alla domanda che dà il titolo all’articolo implica un altro grande problema: il fatto che ci stiamo arrogando la certezza del nostro giudizio sugli altri, che cambia nel tempo e nella società. Ed è un’osservazione sacrosanta, quando parliamo di Heidegger, Pasolini, Picasso. Ma non se parliamo degli artisti musicali da cui siamo partiti. Perchè siamo nel 2019 e rappresentano la mostruosità del nostro tempo (anche se, un po’ bigottamente, non saprei dire quando gli abusi sessuali non avrebbero dovuto essere giudicati crimini amorali).

Per Francesco d’Isa la domanda da cui siamo partiti ha una risposta chiara: “Domandarsi se si debba considerare degno di essere ammirato un quadro di Caravaggio anche se Caravaggio era un uomo cattivo, è un po’ come ridipingere la facciata di casa propria se si scopre che l’operaio che ha dato la vernice è uno stronzo. A saperlo prima era lecito non affidargli il lavoro, perchè una cosa è apprezzare e un’altra boicottare, ed è comprensibile non voler avvantaggiare delle persone a nostro parere immorali, ma questo non implica un giudizio di valore sulla loro opera. Boicottaggio a parte, dunque, non c’è alcun motivo per sentirsi in colpa nell’ammirare l’opera d’arte di un mostro morale”.

Vorrei esserne così sicura anche io.

Per me, invece, la domanda rimane: cosa ne facciamo della musica dei mostri? Possiamo e dovremmo continuare ad amare il loro lavoro? Dovrei continuare ad ascoltare XXXTentacion o fingere di non averlo mai scoperto? Mai apprezzato?

Sarò sincera: ancora non lo so. L’unica cosa di cui sono certa è che continuerà a capitarci. Continueremo a scoprire che ad aver scritto quella canzone che ha risuonato in noi in modo così intimo e personale e invadente è stato qualcuno che ha commesso azioni che non possiamo perdonare o tollerare. E allora ci sentiremo di nuovo in colpa e confusi e persi. Decideremo ancora di smettere di ascoltarla, quella musica. Ma la musica così non muore.

Non si ferma. E allora, forse, come scrive Jayson Greene per Pitchfork: “Dovremmo imparare a essere consapevoli della presenza di questi brutti sogni, a riconoscere i modi in cui ci hanno toccato e cambiato. La vicinanza a questi brutti sogni e il nostro rifiuto di liberarci completamente di loro, potrebbe aiutare a ricordarci di tutte le modalità confuso attraverso cui siamo connessi”.

Perchè forse non serve a questo la musica, nel bene e nel male?

Rating: 4.0/5. From 9 votes.
Please wait...

One comment

  1. È la prima volta che vengo sul tuo blog, stavo cercando xxxtentacion nella sezione “news” di Google è c’era questo tuo articolo.
    Va bene sei libera di pensare ciò che vuoi, ma almeno informati prima di dire stronzate perché per quanto riguarda le accuse a xxxtentacion si sono rilevate false è la stessa ragazza che l’ha detto dopo aver ritirato le denuncia.

    Anyway quello che penso io ascolto la musica indipendentemente dalle vicende private sempre se la musica contiene con messaggio positivo ovvio.

Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.