I Compagni: la rivolta proletaria di Mario Monicelli

Tra gli operai della fabbrica tessile Buratti Pavesio si aggira un tipo sospetto: occhiali, cappello e barba incolta; abiti che hanno tutta l’aria di essere consunti, sciarpa al collo e guanti neri e bucati; modi gentili, argomentare elegante, tono profetico; intellettuale squattrinato, ma anche agitatore nonché nome conosciuto nelle Questure d’Italia. Il tipo singolare che si aggira tra gli operai è il Professor Sinigaglia (interpretato da Marcello Mastroianni) e la sua mission è chiara: aiutare il proletariato a riscattarsi dall’ingordigia padronale. D’altronde i presupposti sembrano esserci. È da giorni che nel milieu operaio si palpita il malcontento per i turni di lavoro eccessivi (14 ore al giorno tutti i giorni) e le scarse tutele (qualcuno ci ha pure rimesso il braccio!); tant’è vero che, già prima dell’arrivo del Professore, gli operai stessi avevano tentato un colpo di mano, una protesta, che però è fallita in maniera tragicomica.

I presupposti, sì, sembrano esserci, ma sul versante opposto c’è uno Stato reazionario e repressivo. Ci muoviamo, infatti, nella monarchica Italia dei Savoia di fine ‘800 e, segnatamente, nella industrializzata Torino. A fronte di un avversario del genere, serve organizzazione e coordinamento e in questo i nostri cari amici lavoratori peccano. La venuta del Professore fa dunque proprio al caso loro. L’intellettuale, per puro caso, si ritrova nel mezzo di un’assemblea operaia, con garbo prende la parola e suggerisce come prossima mossa lo sciopero. La proposta trova tutti d’accordo: se sciopero deve essere, che sciopero sia! Si realizza così quell’incontro che, scomodando Marx, descriviamo: “[c]ome la filosofia trova nel proletariato le sue armi materiali, così il proletariato trova nella filosofia le sue armi intellettuali”.

Lo sciopero è l’inevitabile risposta contro un processo di alienazione che lentamente consuma il lavoratore e la sua dignità. Il regista Monicelli è molto abile nel denunciarlo. La cinepresa, senza mezzi termini, si piazza davanti le distorsioni del sistema. Il sole cala quando il lavoratore esce di fabbrica. Tempo non ce n’è per coltivare gli affetti. E neanche per istruirsi. Molti provano a seguire corsi serali, ma la stanchezza è troppa e c’è chi crolla sui banchi. Di tempo non ce n’è abbastanza neanche per pranzare con calma e scambiare due chiacchiere con gli altri. Anche le tutele mancano e chi si infortuna rischia di perdere l’unica cosa che ha da offrire sul mercato – la forza lavoro. Qualcuno corre ai cancelli per dare un fugace saluto alla moglie e al figlioletto, che non rivedrà prima di sera. La maggior parte di loro non sa scrivere il proprio nome e firma con una crocetta. Infine, ci sarebbe da piangere – invece di ridere –, nel momento in cui il grande e grosso leader del movimento Pautasso (interpretato da Folco Lulli) dichiara “approvato all’umanità” lo sciopero.

Il risultato, pessimo, è presto servito. La fabbrica riversa nella società una massa di individui alienati e degradati a bestie, un risultato – questo – che non appare nei bilanci economici, ma di cui la collettività soffre. Contro tutto questo, il Professor Sinigaglia lotta. I giorni dello sciopero sono turbolenti: gli operai danno prova di straordinaria solidarietà, tentano una negoziazione con la controparte datoriale (fallita), provano a convincere i crumiri ad unirsi alla lotta (ma loro non ne vogliono sapere) e, intanto, la Questura comincia ad indagare sul Professore, che ha già un conto in sospeso con la giustizia per resistenza a pubblico ufficiale. Dopo un mese di lotta, però, il malcontento comincia a serpeggiare tra gli operai stremati, che sono ormai sul punto di arrendersi. Il Professore riesce fortunatamente a bloccarli in tempo e ad incitarli all’ultima battaglia: se proprio vogliono ritornare in fabbrica, ci ritornino pure, ma per occuparla! “Ma la fabbrica mica è la nostra!”, urla qualcuno. “Come non è vostra?!” – tribuneggia infiammato Mastroianni – “Chi ci lavora 14 ore al giorno, tutti i giorni, per tutta la vita? Chi ci butta sangue e sudore?”. E poi ancora “Fate capire ai padroni, alla città, al Governo che è la vostra vita e la vostra morte. Avanti!”.

Ma a suon di baionette i manifestanti si disperdono. E così gli operai, mesti, rientrano in fabbrica (per lavorarci, però), e noi con loro. La cinepresa li segue passo dopo passo fino a quando ne varcano l’ingresso. Dopodiché, mentre loro muovono verso le rispettive postazioni, noi restiamo appena dopo l’entrata con la cinepresa che filma i cancelli della fabbrica chiudersi alle loro (e nostre) spalle. “Fine”.

È significativo che Monicelli termini il film lasciandoci – virtualmente – in fabbrica, quasi come a sottolineare che indirettamente siamo coinvolti anche noi. I protagonisti potranno pure aver perso questa battaglia, ma chissà che non vincano la guerra. Con la venuta del Professore si respira ora un’aria diversa, una nuova consapevolezza. Il ‘germe’ della lotta sindacale ha attecchito e preso forma anche nella Buratti Pavesio: un piccolo, ma significativo passo verso il sole dell’avvenire.

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