Double Negative: la parabola dei Low sul mondo in cui viviamo

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Siamo luce e ombra. Tutti. Pochi, però, riescono ad ammetterlo. Illuminare i lati più oscuri del nostro animo non è cosa facile, così come non è facile interrogarsi sulla nostra esperienza di singoli all’interno del mondo. Quali disastri abbiamo contribuito a generare con i nostri comportamenti quotidiani? La verità è sotto i nostri occhi: interessi geopolitici, disastri ambientali, disuguaglianze crescenti, sfruttamento, violenza, alienazione, solitudine…

Abbiamo pensato di affidare le nostre vite alla tecnologia ma questa ha preso in ostaggio le nostre esistenze e il nostro futuro.

I Low, con il loro ultimo album Double Negative, vogliono farci guardare allo specchio. Come dire… ecco il vostro e nostro Doppelgänger; ecco il doppio “maligno” del mondo che abbiamo costruito.

Non uno sterile monito moralista, ma una sincera ammissione di paura davanti a un Male che come un fiume sotterraneo scorre sotto le armonie musicali come sangue marcio, una minaccia sempre sul punto di mettere in crisi la nostra flebile fede e le nostre fragili sicurezze. Ma il messaggio finale è che in tutto questo disorientamento, in questa allucinata, oppressa e dolente esistenza, la musica sarà comunque lì per darci un conforto. Nell’ultimo brano, prima di abbandonarci al nostro destino, ecco che arriva la raccomandazione, angosciante ma tutto sommato propositiva:

“Before it falls into total disarray

You’ll have to learn to live a different way”

L’ascolto di questo disco è un rituale, un cammino di profonda fede pregno di spiritualità. Un viaggio che mette a nudo tutti i mali del nostro tempo e i nostri errori. La tecnologia che ha preso il sopravvento e che più di aiutarci ci sta conducendo all’alienazione totale, viene sbattuta già in copertina con un’immagine inequivocabile: due occhi cavi ci fissano, quelli di un detrito tecnologico, di un frammento trasformato in oggetto-fantasma, componente inutile al di fuori di un macchinario non più ricostruibile.

Il “doppio negativo” che emerge dalle varie tracce non è solo l’orrore da fronteggiare, ma anche il negativo fotografico, il ribaltamento dimensionale che inverte i colori e svela il rimosso. Qualcosa di simile alla scatolina psicanalitica di Mulholland Drive di David Lynch.

La musica dei Low è confusa, disturbante, straziata da un accanimento elettronico mai così disumano.

Strumenti nuovi e vecchi, effetti, elettronica si articolano e disgregano tutto quello che pensavamo di conoscere, tutto quello che fino ad oggi è stato detto nella musica.

In Tempest, l’atmosfera è oppressa da un vocoder così denso da saturare i timpani. Il bitcrusher, uno degli effetti più controversi in circolazione, distruggere il segnale musicale per ridurlo ai minimi termini. Ma non basta.

Il tutto è fatto arrugginire da un lattiginoso e-bow, l’archetto elettronico per chitarra che carica di sustain le note. La musica si corrode sotto i nostri occhi, proprio come il mondo… e noi siamo inermi.

Anche i brani in apparenza più puliti come suono, nascondo sorprese continue mai banali. I suoni limpidi di Always Up, quasi solari nonostante le parole come macigni (Temptation/Frustration), sono inframezzati da una sciocchissima filastrocca canticchiata da Mimi correndo tra canne di bambù (“I believe / Can’t you see?”). Nell’autistico om finale non c’è estasi mistica, ma stordimento. E che dire di Always Trying To Work It Out, dove le voci faticano a farsi largo tra i pugni in pieno stomaco prodotti da un pitch shift e dalle a mutilate note di clavicembalo dolenti come brandelli post-trauma; di Dancing And Fire, dove la delicatezza di Sufjan Stevens viene derisa da uno zampognaro che mima un’ambulanza in corsa e di Poor Sucker, dove mai ha suonato in maniera tanto aliena il più classico degli strumenti.

Altro brano meraviglioso è Rome (Always In The Dark). I coniugi Alan e Mimi Parker, lottano col buio che vorrebbe risucchiarli ma trovano il tempo di dedicare una canzone a Roma: metafora di una società diventata troppo grande e boriosa per sostenere il proprio peso.

Quando siamo sull’orlo del baratro, prima che si spenga la luce, prima di precipitare inconsapevolmente, c’è bisogno di qualcuno che ci dica che finirà male molto presto. Che siamo al collasso. L’avvertimento come ultima speranza.

Ecco il disco del 2018. Il più estremo degli ultimi decenni e una delle opere più sconvolgenti della storia della musica.

Una ferita alla musica rock, a quella elettronica, un nuovo mondo che prende da Brian Eno, dai Radiohead di Kid A, dai Sigur Rós, dal David Bowie del periodo berlinese nonché dai nuovi talenti elettronici come James Blake. Uno squarcio dove penetra la disgregazione dell’Occidente, il dramma dell’impotenza, l’accettazione di un peggio inevitabile. Emergono i semi della dissoluzione nel terriccio di dolore che i Low hanno sapientemente orchestrato. Una musica che smembra e destruttura il tutto per ricreare qualcosa di mai ascoltato prima e con il quale tutti dovranno fare i conti.

Un immaginario elettronico, cupo e nichilista, che riempie l’orizzonte: dubstep, shoegaze, post rock, dream pop, industrial… solo etichette. I capolavori non possono essere catalogati. Segnano un punto di fine e uno d’inizio. Niente sarà più come prima.

Un lavoro immenso. Un disco che fa la storia.

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