Dentro i fumetti e lo stile di Grant Morrison

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Grant Morrison è uno degli artisti contemporanei più sperimentali e duttili del panorama fumettistico contemporaneo. Per capire appieno i due aggettivi appena visti ci servirà parecchio girovagare attorno al nostro Autore. Spiegare infatti completamente un Genio di tale portata non è possibile. Abbraccerò quindi il suo metodo, decostruttivo e comparatista, per avvolgerlo in cerchi semiotici sempre diversi.

Già i due termini paiono un ossimoro: si può essere creativi, e allo stesso tempo versatili? Alan Moore, per esempio, che è l’autore tipico al quale viene accostato, soprattutto per la comune nazionalità inglese, ci aiuta in questa direzione. Negli anni il Bardo del fumetto ci ha stupito con capolavori immortali, Watchmen in primis. Entrambi sono accomunati dalla loro natura estremamente cerebrale e cervellotica, tipicamente british. In Moore questo ha portato negli anni all’allontanamento completo dal fumetto di puro intrattenimento. In Morrison si è svolto il processo opposto: ad una produzione sterminata d’autore se n’è affiancata una, altrettanto vasta, sui fumetti supereroistici Marvel e DC. E qui, mi perdoneranno i lettori, dobbiamo subito introdurre un’altra divisione. Molti scrittori prediligono i cicli alle graphic novel singole, o viceversa.

Di nuovo, il Nostro dimostra la sua versatilità. Chi lo legge da trent’anni saprà di cosa parliamo. Sono capolavori assoluti testi brevi, come Arkham Asilyum, e medio-brevi, come All Star Superman. I due miti, Superman e Batman, ne escono rinvigoriti come non succedeva più dai tempi di Frank Miller. Più tenebroso che mai il primo, poetico oltre ogni dire il secondo. Ma sono altrettanto innovativi cicli lunghi come quello degli X-men, di Batman e della Justice League. Per trovare scrittori altrettanto geniali in questo campo bisogna tornare indietro nel tempo, a grandi come Peter David o Chris Claremont. E infatti, quest’ultimo è uno dei maestri riconosciuti dallo stesso Morrison. Trovare un autore che sappia rinvigorire i super eroi, nel breve raggio come a lungo termine, è un’impresa titanica. Bloom, grande critico americano e mia guida da sempre, (se leggesse i fumetti) avrebbe fatto un paragone con la genialità di Shakespeare. Concordo. Essere bravi in un campo è già arduo, esserlo in tutto è geniale. Poc’anzi citavo Miller. Entriamo in un altro paragone fruttifero. Mai come in questo accostamento si nota la diversità dei geni. Di nuovo Bloom lo spiega nell’accostare per opposizione Dostoevskij e Tolstoj. Anche operando entrambi nella forma romanzo fiume russo, servono due enciclopedie completamente diverse al lettore che si appresta alla lettura.

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Il Superman di Grant Morrison

Il primo rinnova il romanzo nel senso dell’autoanalisi interiore, proiettandoci direttamente nel Novecento, il secondo compie un’operazione altrettanto innovativa, recuperando e reinnestandola nel romanzo l’epica storica classica. Due tecniche e pensieri teoretici opposti e diversi. Due geni a confronto. Morrison e Miller ripropongono questo duello. Come abbiamo visto, estremamente barocco, metatestuale, decostruzionista, Morrison. Miller sta sul fronte opposto. Partito con una scrittura già lirica e intimistica, come nei cicli di Devil o in Dark Night Returns, il suo stile si è asciugato sempre più, sino ad arrivare a quel capolavoro minimal che è Sin City.  Complice il fatto che è uno dei pochi autori viventi a scrivere e disegnare le sue opere, ha potuto trasformarle in opere d’arte a tutto tondo. Morrison capisce da giovane che non ha tutti e due i doni, e si dedica a tempo pieno alla scrittura. E sin qui abbiamo visto le differenze, è ovvio che ci siano somiglianze. E’ l’amore per i fumetti di tutti tipi la liaison che li lega. Entrambi amano alla follia sia il mondo mainstream che quello supereroistico. Lo dimostra Miller con 300 e le opere seguenti. Altrettanto Morrison continuando ancora oggi ad alternare capolavori in tutti e due i campi (aspetto di leggere Lanterna Verde e Multiversity appena il mio portafogli me lo permetterà).

Negli ultimi anni altre due rock star del fumetto sembrano voler spodestare Morrison dal trono: Mike Mignola e Warren Ellis. Entrambi, anche se opposti, assimilabili ai due filoni rappresentati da Miller- Morrison, ci servono per capire un  altro aspetto di Morrison: la sua immensa esuberanza scrittoria. Mignola ci ha consegnato il capolavoro assoluto che è Hellboy, altrettanto ha fatto Ellis con Planetary.  I loro tempi di scrittura non sembrano prospettare altri capolavori simili. Per Morrison scrivere penso sia un bisogno fisico, viscerale, quasi terapeutico. Non ricordo bene quale grande scrittore (forse John Byrne, non certo l’ultimo arrivato) disse che mentre lui concepiva tre idee Morrison ne aveva pensate cento. Continuando  spiegava che a lui serviva pensare tecnicamente, costruire un pezzo alla volta ciò che creava. Morrison pareva svegliarsi al mattino con una decina di nuove idee in testa. Il mito avrà un po’ ingigantito, ma la sua sterminata produzione sta lì a testimoniare quanto il cervello di Morrison sia alieno rispetto agli altri. L’unico vero Genio che sia mai stato al suo livello per esuberanza e  qualità penso sia Jack The King Kirby. Un uomo di bottega, modesto, creativo, versatile, velocissimo, sia nello scrivere che nel disegnare. Uno dei Geni assoluti del novecento. Che Morrison stesso infatti ammette come nume tutelare. Ma questa è un’altra storia, ne riparleremo. Mi taccio.

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