Morrison Hotel: l’America maledetta raccontata dai Doors

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“I am an old blues man and I think that you understand
I’ve been singing the blues ever since the world began”.

L’America si estende vasta ai nostri occhi, lunghe highways disegnate per essere percorse a grandi velocità, luoghi che spuntano come oasi illusorie, miraggi tra le nebbie del deserto. Città dimenticate da chissà quale dio ai bordi delle strade, file e file di palazzoni grigi, fumosi locali in cui bere un goccio per trovare l’oblio, mentre un vecchio chitarrista strimpella un blues sconosciuto ai più. È un viaggio a tratti desolante, a tratti ricco di poesia e speranza, altre volte è pura trascendenza. È una strada polverosa che ci porta a fermarci per una notte al Morrison Hotel, uno di quegli alberghi maledetti del rock in cui, proprio come l’Hotel California: puoi entrarci quando vuoi… ma non puoi mai davvero andartene.

Il quinto album dei Doors si articola come un road trip nella più profonda America sonora, un percorso fatto di tappe in cui il fantasma dell’old blues man che Jim Morrison non è mai diventato ci porta a conoscere personaggi, sensazioni e luoghi fino ad allora esistiti solo ai margini della società e della sua mente.

“Keep your eyes on the road, and your hand upon the wheel” è il consiglio con cui si parte per questo viaggio e con cui in seguito inizieranno tutti i concerti dei Doors. Roadhouse Blues è la tipica canzone da ascoltare con il volume alto e i finestrini abbassati. Jim Morrison improvvisò le parole durante quel Toronto Rock ‘n’ Roll Revival in cui i Doors divisero il palco con la Plastic Ono Band, mentre il robusto blues e il fraseggio d’armonica vennero definiti più tardi in studio, dando vita ad una delle canzoni più amate della band.

Altro brano ideale per viaggiare è You Make Me Real, espressione della potenza sonora della band. Manzarek sostituisce all’organo Vox Continental, cifra stilistica delle sue composizioni, un pianoforte suonato con furia proprio come la batteria che lo segue.

Il movimento comporta sempre un’attesa e questa è il presupposto da cui parte Waiting for the Sun. La canzone doveva essere la title track del terzo album della band di Venice, ma fu scartata perché i diversi sound collidevano. È l’unico brano della loro intera produzione ad avere come tema l’inazione. Il testo è intriso di misticismo, Morrison medita e aspetta qualcosa dal futuro, il sole forse, la pace, la felicità oppure la completa libertà o l’Eden stesso, tutte cose che per quanto l’uomo si affanni a cercare non sembra trovare mai. Questa vita, vissuta in un mondo soffocato da odio e violenza, afferma Morrison in una delle sue più celebri frasi, è la più strana che abbia mai conosciuto.

Ship of Fools ci riporta in marcia, accostando un tema di denuncia ad un motivetto apparentemente allegro. La nave di cui si parla è la terra e gli esseri umani sono i folli che la abitano, tanto progrediti da mandare l’uomo sulla luna, eppure tanto stupidi da uccidersi l’un l’altro e distruggere il mondo che gli ha dato la vita.

Tra i personaggi che si possono incontrare nei saloon della costa vi è di sicuro un vecchio marinaio smanioso di raccontare le sue imprese per mare. Figlio di un ammiraglio e da sempre affascinato dalla poesia che il mare porta con sé ad ogni onda, Morrison compone con Land Ho! un vero e proprio canto marinaresco. La smania di ripartire verso l’oceano sconfinato si fonde al bisogno di lasciare i pensieri al largo, rimettere piede sulla terraferma e non pensare ad altro che a fugaci amori di una sola notte e ad allegre bevute.

Lungo il cammino ci imbattiamo anche in una donna, Queen of the Highway. È inutile sottolineare che si tratta di Pamela Courson, musa e grande amore del cantante sino alla fine. La canzone sintetizza la loro vicenda in poche battute ironiche: lei era una principessa, lui un mostro vestito di pelle scura da cui nessuno poteva salvarla. Tra finzione e speranza, Jim si immagina sposato e con dei figli e spera che la loro storia possa durare ancora un altro po’.

È durante una sosta nel deserto che lo sciamano del rock ci racconta Peace Frog, un vivido e feroce ricordo d’infanzia, il suo primo incontro con la morte. A quattro anni il piccolo Re Lucertola e la sua famiglia, durante un viaggio in auto simile a questo, si imbatterono in un incidente stradale. In seguito al ribaltamento di un camion guidato da alcuni Indiani Pueblo l’autostrada era coperta di feriti, moribondi e corpi insanguinati. Come riporta nella canzone, Jim sentì in quel momento di esser entrato in contatto con le anime dei presenti. Al di là del suo titolo strambo e poco sensato, le immagini della strada bagnata di sangue, riesumate dal passato, si fondono con una denuncia sociale urgente, e fanno riferimento alle tensioni e alle rivendicazioni dei diritti civili che in quel momento scuotevano il paese.

La sensazione di caos e confusione espressa dalle parole è data anche dalla sovrapposizione di due poesie che Morrison aveva scritto e che fanno da contrappunto. Le parole sposano perfettamente il funky del riff sincopato della chitarra di Krieger e il beat della batteria di Densmore. Gli ultimi accordi del brano vanno a legarsi ai primi di Blue Sunday, una dolce poesia romantica da ascoltare davanti ad un tramonto infuocato e silenzioso. Sostenuta dalle tastiere e dalla chitarra appena sfiorata, la voce del cantante spesso aspra e rude, diviene melodiosa come il suono di un violino. E la malinconia che assale il viaggiatore a metà del percorso riecheggia anche in Indian Summer. Classica e dolcissima canzone d’amore, il ripetitivo raga indiano crea un gioco di parole con il titolo che si riferisce in realtà a quel periodo autunnale caratterizzato dallo stesso caldo dell’estate.

Calata la notte ci stringiamo davanti ad un falò e, mentre la natura immensa e paurosa cinge le nostre spalle, sfogliamo qualche pagina di Spy In The House Of Love (Anaïs Nin, 1954), testo su cui si basa The Spy. Messo in musica il romanzo diventa un blues progressivo che accompagna un silenzioso e astuto amante nella casa dell’amore e ne enfatizza le osservazioni, tanto da farci domandare se le sue parole siano una minaccia o un’esortazione all’amata a lasciarsi finalmente andare e a cedere alla più profonda delle paure umane: amare.

Chiude il viaggio una ninna nanna blues, la storia di Maggie M’Gill, nata in modo curioso. Nel corso del 1969, infatti, suonare con Jim Morrison era diventato sempre più difficile. Le dosi di alcol e droghe da lui assunte aumentavano a dismisura, minando non solo la sua salute ed emotività, ma soprattutto la stabilità stessa della band. In seguito a quello che passò alla storia come “The Miami Incident” (durante un concerto al Dinner Key Auditorium di Miami, Morrison fu accusato di aver mostrato le parti intime al pubblico e di aver mimato una fellatio al chitarrista Robby Krieger), numerose serate furono annullate poiché gli organizzatori non erano in grado di prevedere quando la bomba ad orologeria, che era diventato Morrison, sarebbe esplosa.

Durante un concerto all’Univeristy of Michigan di Ann Arbor, Mr Mojo Risin si esibì tanto sbronzo da non riuscire a ricordare le parole delle sue canzoni. Densmore esasperato lasciò il palco, seguito poco dopo da Robby Krieger. Solo Ray Manzarek rimase sul palco e afferrando la chitarra del compagno improvvisò una semplice frase blues sulla quale Jim improvvisò le parole “Miss Maggie M’Gill she lives on a hill”. La jam non salvò il concerto che finì tra i fischi, ma in studio venne rielaborata nella storia di una ragazza con il blues dentro le vene che se ne va da casa verso Tangie Town, un luogo in cui darsi alla pazza gioia. La canzone è punteggiata di riflessioni personali: il figlio illegittimo di una rock n roll star è il figlio che la giornalista Patricia Kennealy abortì; Jim si definisce poi un old blues man, cosa che se non diventò nel tempo aveva già raggiunto all’epoca nel profondo della sua anima.

Morrison Hotel fu tirato su in pochi mesi e aperto al pubblico nel febbraio 1970. Il quinto album dei Doors segna il ritorno al garage blues delle origini e rappresenta una speranza di rinascita. Dal punto di vista musicale, la svolta orchestrale e i testi meno ricercati di The Soft Parade (alcuni, come Tell All The People, scritti dagli altri membri della band) avevano allontanato tanti fan per cui l’opera rappresentava il punto di non ritorno verso il pop commerciale. Gli ultimi concerti, come detto in precedenza, erano stati un disastro per pubblico e band. Tornare in studio non fu per i Doors una priorità, anzi l’inizio delle registrazioni fu un atto obbligato dalla Elektra Records che per contratto esigeva una certa quantità di dischi l’anno. Tuttavia si dimostrò essere la miglior terapia di gruppo che la band di Venice potesse affrontare.

Morrison Hotel viene troppo spesso bistrattato e relegato ai margini della discografia del gruppo come un fiacco tentativo di riprendersi dal precedente fallimento. Eppure le undici tracce sono intrise dell’essenza dei Doors, blues sporco di strada, ballate cariche di misticismo e rock ‘n’ roll polveroso tinto di poesia.

Il Morrison Hotel a cui si ispira il titolo non era altro che un albergo fatiscente in cui pernottare per pochi dollari, proprio uno di quei luoghi di passaggio di cui sono costellati i viaggi on the road. Situato sulla South Hope Street, il tastierista Ray Manzarek lo notò per caso girovagando con la moglie per la downtown losangelina. La location e il nome non potevano essere più perfetti di così. La band vi si recò qualche giorno dopo accompagnata dal fotografo Henry Diltz. Vista l’assenza del proprietario, l’addetto alla reception impedì loro di scattare le foto all’interno, così le prime immagini vedono i Doors ripresi da diverse angolature all’esterno della struttura. Per fortuna, non trascorse molto tempo prima che il ragazzo dietro il bancone si allontanasse. Il gruppo fu rapido a cogliere l’occasione, ad entrare e a posizionarsi come seguendo un copione sotto la finestra con stampato su il nome dell’hotel. Pochi scatti, ma perfetti per entrare nella storia della musica.

diltz_Doors_MorrisonHotel

Altrettanto reale è l’Hard Rock Cafe che dà il nome al lato A dell’album e a cui si ispirerà la catena di ristoranti più famosa del mondo. Chissà a cosa si erano invece rifatti i proprietari di quel ritrovo, frequentato per lo più da lavoratori stanchi e anziani pensionati. I Doors e la troupe si fermarono per bere una birra, attratti dalle lettere bianche sull’insegna. All’interno nessuno sapeva davvero chi erano, ma tutti avevano voglia di conoscerli e raccontargli le storie più disparate sulle loro comuni e allo stesso tempo folli vite. Quando tutti gli altri tornarono a casa, solo Morrison e Diltz rimasero indietro: Jim voleva continuare ad ascoltare e a collezionare nuove immagini per le storie che poi ci avrebbe raccontato.

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