Le Vite degli Altri: la storia dei muri che dividono l’uomo, raccontata da chi c’era

È molto difficoltoso al giorno d’oggi affrontare alcuni temi del passato, soprattutto quelli che riguardano la fine della Seconda guerra mondiale e le conseguenze delle dittature in Europa occidentale. La verità dovrebbe sempre essere quella di chi ha combattuto, di chi c’era e ci ha lasciato miriadi di informazioni e referti storici, ma si sa, c’è sempre qualcuno che cerca di riscrivere la storia, per riabilitarsi ed approfittando di una cultura di massa non proprio eccelsa.

Le Vite degli Altri, film del 2006 che vinse l’Oscar come migliore film straniero, rappresenta una pagina di un Paese (o per meglio dire, di una parte di esso) che fu diviso con una motivazione ben precisa, verificabile da qualsiasi libro di storia. È certamente positivo che la Germania faccia i conti con il passato anche sotto l’aspetto cinematografico: La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler o La rosa bianca – Sophie Scholl sono alcuni esempi recenti, ma anche Goodbye Lenin, per ritornare ad Est, sulla Friedrichstraße attraversando il Checkpoint Charlie.

Il regista Florian Henckel von Donnersmarck, anch’esso proveniente da una famiglia scappata all’Ovest, ha costruito un ritratto molto approfondito di quella che doveva essere la DDR a metà degli anni ottanta, e tra gli interpreti, tutti meravigliosamente corali, spicca senza ombra di dubbio Ulrich Mühe. L’attore ha interpretato magistralmente il capitano della Stasi Gerd Wiesler con la sua minuziosità ed i conflitti interiori, che attraversano persino il pubblico che ha avuto il piacere di guardare il film.

Molto interessante e rappresentativa è la sua storia personale: attore molto attivo a teatro, ebbe un considerabile ruolo nelle dimostrazioni che ci furono prima della riunificazione delle due Germanie, contribuendo anche con letture pubbliche del saggio di Walter Jenka Difficoltà con la realtà. Era in piazza anche i giorni che precedettero la caduta del muro, esprimendo tutto il suo dissenso sulla governance che aveva guidato il Paese per più di quarant’anni. Ma cosa ancora più singolare, e che certamente avrà dato maggior brio al suo personaggio, è che lui stesso negli anni della DDR fu un sorvegliato della polizia segreta tramite alcuni suoi compagni di teatro, e cosa ancor più grave dalla moglie Jenny Gröllmann, anche lei attrice, che fece da collaboratrice non ufficiale della Stasi per almeno dieci anni.

Quello che emerge con grandissima forza ne Le vite degli altri è una umanità coartata a mettere in gioco la più pregiata delle sue qualità, la dignità. Il regista ci fa comprendere che esistono svariati percorsi per raggiungerla, e tra il grigiore a volte quasi piacevole di Berlino e dalle scenografie eccellenti, si accettano anche le punizioni più dure in nome di essa. Il regista, originario di Colonia, all’epoca in cui si svolgono i fatti era poco più che un ragazzino, ma nonostante tutto è riuscito a ricostruire dettagli e differenze che contraddistinguevano gli abitanti attraversati da quei quarantasei chilometri di muro, grazie al suo sorprendente spirito di osservazione ma anche agli incartamenti recuperati dell’epoca. La curiosità e l’elaborazione per l’atteggiamento della popolazione, degli intellettuali e degli artisti nei confronti del governo fanno parte di un approfondimento adulto sul contesto, ricordi personali e documenti raccolti evocano sullo schermo gli ultimi anni di un sistema che finirà per spegnersi con la fine del muro.

La sceneggiatura pungente ma per niente provocatoria fa da filo conduttore con l’agente della Stasi: è lui la spia che interviene in modo quasi divinatorio dall’alto, chiuso tra le pareti dell’ideologia, messa in serio dubbio dalla simpatia per il drammaturgo Georg Dreyman e la bellissima attrice sua compagna Christa-Maria Sieland. Lui, agente normalmente inflessibile e dall’indole civilissima, ad un certo punto si trasforma in oppositore. La sorveglianza diventa per l’uomo fonte di sofferenza e disillusione, lo costringe a entrare nella vita degli altri, che si adoperano per mantenersi vivi o per andare fino in fondo con le loro aspirazioni.

La vita quotidiana, pregna di paranoie e paure, è ricreata da una fotografia cupa e accorata, il chiaroscuro abbraccia i personaggi tenacemente attaccati alla vita. Se pensiamo che la polizia segreta nella Repubblica democratica tedesca contava tra le sue fila circa duecentomila collaboratori, il regista accaparrandosene uno solo è riuscito non solo a salvare l’anima di un intero Paese, ma ha dato modo di conoscere a tutto il mondo una storia incredibile, che ci ha fatto riassaporare la purezza degli ideali che tanto si sono adoperati per abbattere i muri. Muri che a volte non sono necessariamente edificati, ma che vivono dentro di noi.

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