La Direttiva Europea sul Copyright: cos’è, chi tutela e perché non è il caso di preoccuparsi

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Si è tanto parlato negli ultimi tempi della cosiddetta “Direttiva europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale”, che è stata in discussione al parlamento europeo per lungo tempo ed è stata approvata proprio in questi giorni (Settembre 2018), soprattutto da quando esponenti politici e presente ingombranti del web odierno hanno mostrato la loro opposizione intransigente alla normativa, fino ad arrivare all’oscurazione volontaria di Wikipedia Italia. La normativa, come ogni legge, discute di diritti e doveri, senza specificare in maniera esplicita come esercitare i diritti e rispettare i doveri, eppure le proteste si sono sollevate subito in maniera energica, confondendo l’opinione publica sul perché sia così grave e cosa sia davvero a rischio. È il caso dunque di fare un po’ di chiarezza.

Il testo corrente della normativa è indirizzato dal sito ufficiale del Parlamento Europeo e tradotta in ogni lingua, quindi è accessibile da tutti. La normativa cerca di introdurre una regolamentazione in un ambito come quello dell’editoria web, che ne ha un enorme bisogno. Come qualsiasi lettore web avrà già notato, le realtà editoriali odierne (anche quelle enormi) stanno assistendo a un inesorabile passaggio dalla carta stampata al web, con un conseguente trasferimento da un modello di business in cui i diritti sono chiari e il riconoscimento economico inevitabile (il lettore che acquista la copia del giornale) a un altro (internet) in cui la copia selvaggia di contenuti è impossibile da controllare e i modelli di ricavo sono pochi e poco efficienti. Gli esempi di quotidiani e magazine online che mostrano esplicitamente messaggi di richiesta d’aiuto diretta ai lettori (tramite donazioni o sottoscrizioni) si sprecano, e la ragione è facimente comprensibile: un giornalismo di qualità richiede professionalità e tempo, che vanno retribuiti in maniera appropriata. Un aspetto che brucia moltissimo quando lo viviamo sulla nostra pelle (attraverso i nostri datori di lavoro personali che sottopagano i nostri talenti), ma che a molti appare distante se applicato al web. Invece la situazione è esattamente la stessa: anche dietro ai giornali che si leggono gratuitamente online esistono talenti, persone come noi che meriterebbero adeguata retribuzione e invece hanno ricavi enormemente sotto le aspettative, per via dell’assenza di fatto di un modello di ricavi valido per il mondo web.

È questo che la nuova normativa tenta di realizzare gradualmente: garantire principi e metodi che tutelino il lavoro degli operatori online e proteggano il loro diritto a percepire un profitto adeguato al lavoro svolto. Gli articoli della normativa che più si concentrano su tali diritti sono i famigerati articoli 11 e 13. In maggiore dettaglio:

  • L’articolo 11 sancisce il diritto dell’autore e dell’editore sul materiale pubblicato, e regolamenta la ripubblicazione di snippet e ritagli dell’articolo su altre piattaforme. Questo coinvolgerebbe sia gli aggregatori di notizie come Anygator (il cui contenuto è composto esclusivamente da snippet di articoli di altri magazine), sia operatori più grossi come gli stessi Google e i social network, che dovrebbero riconoscere un indennizzo economico al magazine che offre l’articolo originale, per ogni snippet mostrato (risultato della ricerca, link condiviso da un utente, fonte della voce nell’enciclopedia). Da questo articolo sono escluse invece le piccole e micro piattaforme e i portali di natura enciclopedica, come Wikipedia.
  • L’articolo 13 impone alle realtà editoriali web di prendere le misure necessarie a garantire che i contenuti caricati dagli utenti non siano protetti da copyright di altri. Questo è qualcosa che i grossi operatori come Google, Youtube o Facebook hanno già in maniera automatica (per esempio per l’uso e il caricamento di tracce musicali), e vuole semplicemente ribadire che il diritto d’autore dei contenuti web va rispettato ed è responsabilità di autori ed editori.

In parole semplici, l’articolo 11 tenta di rispondere alle proteste degli innumerevoli giornalisti web che vedono loro contenuti diventare virali nel web e non ne ottengono alcuna remunerazione, mentre l’articolo 13 cerca di arginare quel fenomeno noioso della copia selvaggia di contenuti senza riconoscimento dell’autore originale. Entrambi problemi noti a tutti e su cui da tempo il pubblico protesta, e che finalmente iniziano ad avere visibilità da parte degli enti giuridici (a partire dall’Unione Europea, tra le più attente in questo senso).

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La protesta di Wikipedia Italia

Perché allora le proteste così energiche e diffuse? In molti casi si tratta di proteste di istinto, infondate e legate alla paura del cambiamento, come quelle degli “attivisti della libertà su Internet” che vorrebbero tutto il più libero ed esente da regolamentazione possibile (che corrisponde al pretendere che tutti offrano il loro lavoro di produzione di contenuti come dono spassionato, rinunciando per sempre ad ottenerne un riconoscimento economico). Ma esistono critiche che vanno più sul merito, da parte di esperti e di personalità attive nel web. Alcune di esse sono:

  • La cosiddetta “link tax” (termine in realtà inappropriato) dell’articolo 11 costringerebbe realtà come Google, Wikipedia e i social network a stringere accordi con ogni singolo editore per la concessione del diritto di pubblicazione e per il riconoscimento economico: questo diventerebbe un problema dei singoli colossi del web, mentre non ha alcun impatto sui normali lettori. La fattibilità di tale vincolo è la chiave delle proteste, soprattutto perché implicherebbe un enorme lavoro (in termini di tempo necessario) per i colossi che hanno link a praticamente qualsiasi contenuto nel web. D’altra parte, proprio perché i colossi hanno il controllo del traffico web e gli editori non hanno interesse a negargli i diritti di far apparire i propri contenuti, la cosa potrebbe tradursi più semplicemente in un accordo senza retribuzione, col Google di turno che chiederebbe agli editori qualcosa che in parole povere diventerebbe: “accetti di comparire su Google senza pretendere indennizzo? Se sì, nulla cambia; se pretendi un indennizzo, sappi che riceverai una visibilità estremamente ridotta sulle nostre pagine” (qualcosa di simile è già successo in Germania e Spagna, dove sperimentazioni in tal senso erano state tentate). Ciò avrebbe perfino senso in termini economici, e l’editore rinuncerebbe all’eventuale guadagno in favore di una maggiore visibilità, a sua scelta. Questo diritto dunque sarebbe più efficace per realtà come gli aggregatori di notizie o qualsiasi portale web di natura commerciale che mostra uno snippet: l’autore originale potrebbe semplicemente esigere direttamente un indennizzo, e la cosa sarebbe finalmente supportata dalle regolamentazioni.
  • L’articolo 13 impone “misure necessarie” a prevenire il caricamento di contenuti protetti sul web. La preoccupazione qui è che si impongano misure automatiche come quelle complesse (e costose) adottate da Youtube o Facebook per il riconoscimento delle tracce musicali, stavolta applicate ai contenuti editoriali, perché se così fosse, il costo per iniziare un’attività editorialie web sarebbe proibitivo per qualsiasi piccolo operatore o editore autonomo. Ma il testo della normativa non arriva a imporre tali provvedimenti, e dice esplicitamente che “tali misure, quali l’uso di tecnologie efficaci per il riconoscimento dei contenuti, sono adeguate e proporzionate.” Questa appare dunque più una paura che si realizzi qualcosa di impossibile da mettere in pratica.
  • La minaccia alla “libertà d’espressione” sul web: questo è un argomento dall’appeal popolare ma che vale fin quando quella libertà continui a rispettare un’altra libertà fondamentale dell’inidividuo, ossia quella sul riconoscimento della proprietà delle opere di ingegno. Se liberta totale d’espressione significa che chiunque debba essere in grado di condividere prodotti dell’ingegno altrui senza regolamentazione, diventa solo uno slogan usato da chi (intenzionalmente o meno) non comprende la portata della situazione.

L’intento reale della normativa non è dunque quello di ridurre una libertà, ma quello di proteggere un diritto. E l’ideale ultimo è quello di creare le basi per un web che consenta ai lettori di avere un servizio informativo di qualità, che permetta dunque agli editori che offrono qualità di sostenere chi ci lavora (e prevenire la chiusura di magazine per difficoltà economiche, cosa che ahimé è sempre più frequente).

Se dunque siete normali lettori che amano usufruire di contenuti di qualità, la direzione è proprio quella di garantirvi ciò, intraprendendo un percorso che in futuro possa permettere un flusso economico che incentivi la qualità. Alla lunga questo potrebbe portare realtà come Google o Wikipedia a offire “modalità gratuite” e “modalità a pagamento”, riservando i contenuti di maggiore qualità alla versione a pagamento (che servirà a finanziare direttamente i vostri magazine preferiti).  Questo sarebbe un cambiamento, può far paura come tutti i cambiamenti, ma va nella direzione giusta.

Se invece siete i proprietari di Google o Facebook, è probabile che dobbiate  applicare dei cambiamenti che potrebbero risultare parecchio impegnativi. Ma questo è un problema di tipo completamente diverso. E non è escluso che introduca una nuova fonte di ricavi anche per loro, se sfruttata nel modo giusto.

Il teso della normativa è stato approvato il 12 Settembre 2018. Il passo successivo è l’inizio dei negoziati a livello ei singoli stati, in modo da recepire la normativa e definire le modalità pratiche. Si stima che il processo possa durare qualche anno.

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