L’incontro tra Anna Frank e i Neutral Milk Hotel: In The Aeroplane Over the Sea

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Jeff Mangum è uno di quei personaggi che avrei voluto avere per amico alle scuole medie superiori, assieme a Kurt Donald Cobain, John Belushi, Jack Kerouac e Lester Bangs. Se non altro per provare il brivido indecente di non aver nulla da perdere. Purtroppo non è andata così, ma per fortuna e grazie al loro lascito artistico, posso alimentare in questo senso le mie fantasie più visionarie, comunicando con i miei beniamini attraverso l’eredità creativa che hanno generosamente passato al mondo.

L’altra sera, ad esempio, durante l’ennesimo ascolto di In the Aeroplane Over the Sea dei superbi e tramontati (in senso nietzschiano ma non solo) Neutral Milk Hotel di Jeff Mangum, mi sono sorpreso a pensare a quest’ultimo come a un vecchio compagnuccio di giochi. Ci si dava parecchie pacche sulle spalle, e anche molto di gomito, e si piangeva e rideva schizofrenicamente assieme, assorti a contemplare nel bel mezzo del cielo nuvole bislacche trascinarsi l’una sull’altra, allontanarsi l’una dall’altra, in un infinito giro di giostra, come avrebbe detto Bill Hicks. Disegnavano il volto di Anna Frank incontrandosi e scontrandosi tra loro, sfilacciandosi poi come la memoria, quando supera inevitabilmente il confine del tempo presente.

In The Aeroplane Over the Sea esce nel 1998, sotto l’indipendente (o almeno abbastanza) Merge Records, leggendaria etichetta che ha dato in pasto al mondo, tra gli altri, giganti “indie” del calibro dei Magnetic Fields, Buzzcocks, Teenage Fanclub…e mi fermo qua perché l’elenco sarebbe davvero infinito (gli Arcade Fire dell’immenso Funeral!?). È un album che vive di impressioni, immagini, suggestioni, reggendosi perlopiù su un brain-storming emotivo che non può essere “costretto” in alcun metodo recensitivo umanamente noto. È un dialogo serrato, infatti, tra l’inconscio di quel pazzo visionario e poetico, cupo e melancolico Jeff Mangum e la vittima per eccellenza della barbarie umana, incastonata nella storia come un monito immortale, Anna Frank. E la cosa più bella è che se qualcuno non te lo dicesse, se non lo leggessi da qualche parte, neppure te ne accorgeresti che parla di lei, perché i riferimenti sono così ben annacquati e rimestati col vissuto di Mangum, da risultare di difficile decrittazione (salvo forse in un paio di versi su tutto l’album). La grandezza sta nei dettagli. In questo disco di smaccato non c’è nulla, persino l’atmosfera nostalgica e a tratti funerea è sempre perfettamente contenuta dall’irriverenza fatalista e un po’ ingenua che permea i testi del giovane bardo di Ruston, Louisiana.

And one day we will die
And our ashes will fly from the aeroplane over the sea
But for now we are young
Let us lay in the sun
And count every beautiful thing we can see
Love to be
In the arms of all I’m keeping here with me

Mangum, durante un’intervista alla rivista Puncture Magazine, afferma di aver scritto In The Aeroplane Over the Sea in brevissimo tempo, dopo aver letto Il Diario di Anna Frank nel corso della registrazione del precedente album della band, On Avery Island, uscito nel 1996. La storia va così: Jeff legge il diario di Anna, piange per tre giorni di fila (“I spent about three days crying, man, three days…”), fa una serie di sogni in cui si vede tornare indietro nel tempo per salvarla, finisce di incidere quel primo claudicante album con gli altri, ma appena ha tempo prende carta e penna e scrive qualunque cosa gli passi per la testa a proposito di Anna e del rapporto “medianico” che nel frattempo ha l’impressione di aver istituito con lei.

L’album non narra alcunché, tuttalpiù dipinge sogni, visioni, stati d’animo, ma soprattutto evoca benissimo quanto lacera l’anima di Mangum in quel breve periodo di forsennata composizione. Perché Mangum è un poeta, se un poeta è chi sa dipingere così perfettamente la propria radiografia su una nuova bianchissima pagina del mondo. Ecco in che modo Jeff parla, ad esempio, del sogno che fa circa la macchina del tempo che gli consentirebbe di salvare Anna. La canzone è Oh Comely e i versi sono questi: “I know they buried her body with others / her sister and mother and 500 families / and will she remember me 50 years later / I wished I could save her in some sort of time machine”.

Jeff Mangum è un personaggio riservato, non uno che buchi gli schermi, o comunque non uno che ci tenga a bucarli. Eppure, questo concept-album segna un’intera generazione di gruppi e gruppetti, offrendo ai magnetici anni ’90 dei “losers”, una chiosa d’incredibile purezza e dolcezza.

Se dovessimo selezionare due canzoni assolutamente imperdibili di In The Aeroplane Over The Sea, la scelta sarebbe dura ma possibile. La prima è proprio quella che dà il titolo all’album: porta vesti vagamente vintage, indiscutibilmente folk, annacquate di malinconia e superbamente (ma solo apparentemente) ingenue. Un giro armonico che più classico non si può sottostà all’incedere evocativo e spettrale della tromba e di un theremin dalla dolcezza lancinante, che morbidamente intrecciano le loro calde anime in una marcia imperfetta e solenne, leggera e vagamente ’60. Ed è subito RadioNostalgia.

There are lights in the clouds
Anna’s ghost all around
Hear her voice as it’s rolling and ringing thru me
Soft and sweet!
How the notes all bend and reach above the trees

Ecco lo spettro di Anna che fluttua immortale, mescolandosi con il vissuto di Mangum in una sorta di collage evocativo, in cui le esistenze dei due dialoganti si fondono inesorabilmente nella fitta e dolente trama di un unico tessuto biografico.

L’altra canzone a mio avviso imperdibile di questo concept è Holland, 1945. Qui ci si cala più da vicino nel dramma esistenziale di Anna (come si può facilmente evincere dal titolo), senza però che sia palpabile la pretesa di volerne per forza “narrare” qualcosa a riguardo. Musicalmente, il brano è uno dei più caotici e “casinari” del disco, anche se irregimentato in una ritmica lineare di matrice chiaramente punk (diciamo pure “punk-facilona”, per chiamare le cose col loro preciso nome). La chitarra acustica che introduce il pezzo si perde violentemente e quasi istantaneamente in una lacerata distorsione fuzzy-noise, “dilatata”, la batteria corre impura e pressante (sporca e “scamosciata” come in quasi tutto il concept, d’altronde), il basso segue senza pretese e una tromba si insinua qua e là con perseguibile e imprecisissima attitudine lo-fi.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole, si direbbe. Eppure, qualcosa di magico aleggia tra le maglie di questa canzone. La melodia vocale è perfetta, dove perfetto vuol dire che sembra facile ma non lo è per nulla; non perde un colpo dall’inizio alla fine: sul canovaccio basilare di un folk ibridato col punk ibridato col “faccio-a-modo-mio”, i ricami della voce trascinano l’ascoltatore in una risma di variazioni sul tema che tengono l’orecchio incollato al pezzo. L’effetto è dirompente: se questo è punk, amici miei, l’ha composto, arrangiato ed orchestrato Dio in persona. Il testo, poi, è poesia vera e propria, vero e proprio “ermetismo magico” (esiste?). Anna Frank perde i proprio confini spazio-temporali per diventare (quasi) una sorta di visione di Mangum, ibridata con lui  e col Dolore Umano più in generale. La mediazione onirica, attiva per tutto il cd, si presenta qui ai suoi vertici.

The only girl I’ve ever loved
Was born with roses in her eyes
But then they buried her alive
One evening 1945
With just her sister at her side
And only weeks before the guns
All came and rained on everyone
Now she’s a little boy in Spain
Playing pianos filled with flames
On empty rings around the sun
All sing to say my dream has come

In The Aeroplane Over the Sea è un album che va ascoltato, digerito, assimilato. Poco o nulla c’è da buttare, da espellere, da mettere fuori di questo piccolo gioiellino dei tardi 90s. Non è un album facile, pur se melodicissimo da capo a fine. È un capolavoro dal sound unico, in cui folk, punk, noise, sperimentazione, musica d’autore e poesia vanno a braccetto senza mai pestarsi i piedi a vicenda (secondo il principio che la “sintesi” non sempre e non per forza vince, pur essendo questi tempi di “sintetismi” e minimalismi artistici vari). Dio-Mangum è il demiurgo perfetto di questa sintesi quanto mai “bastarda” e mielosa. E se un giorno doveste incrociare sul vostro cammino un tale “col cappellino a visiera calato sugli occhi, i capelli lisci e lunghi, il classico maglione di lana caprina ad avvolgerlo come un batuffolo, l’immancabile chitarra in miniatura tenuta a spalla tramite un filo impercettibile”, la barba da “original A. Ginsberg 2.0” e l’aria di uno che spunti qua e là quasi per caso senza dar l’idea di voler essere riconosciuto, ricordategli che avrei tanto voluto averlo per amico alle scuole medie superiori.

E dategli un bacio fottutamente sincero da parte mia.

E ricordategli che la metà dei barbuti Iron and Wine di oggi dovrebbero come minimo chiamarlo affettuosamente papà.

E in ultimo, fategli per favore sapere che sono ben ventun anni (e dico ventuno!) che aspetto che riporti finalmente i Neutral Milk Hotel in un maledetto studio di registrazione.

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