The House That Jack Built: cosa aspettarsi dal nuovo film di Lars Von Trier

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Lars Von Trier fa discutere. È sempre stato così e sempre lo sarà: il regista danese usa l’arte cinematografica per provocare shock, causare turbamento. Il suo è sempre un cinema che ama gli aspetti estetici, la riflessione filosofica, ma non disdegna colpi ben assestati alle sensazioni fisiche, un modo per eliminare riferimenti sicuri e porre lo spettatore in una condizione nuova, dove le aspettative sono difficili da delineare e la sorpresa resta l’unico punto focale sul quale orientare la visione.

A quattro anni dal suo discusso Nymphomaniac, ad oggi il suo film più provocatorio e complesso, Von Trier torna pubblicamente con il nuovo The House That Jack Built, un thriller dalla durata piuttosto lunga (oltre due ore e mezza) incentrato sulla figura di un serial killer perverso e violento, raccontato nel film attraverso il punto di vista del killer stesso.

Il protagonista è interpretato da Matt Dillon, mentre nel resto del cast compaiono Uma Thurman, Riley Keough e Bruno Ganz. Il film è stato presentato in premiere proprio pochi giorni fa, al Festival di Cannes, segnando per Von Trier un ritorno atteso dai tempi di Melancholia: fu durante quella partecipazione che Von Trier fece delle dichiarazioni di dichiarata empatia verso Hitler, scatenando una polemica che lo allontanò dal festival (e lo spinsero ad optare per il Berlin Film Festival per la presentazione di Nymphomaniac).

La premiere di The House That Jack Built ha scatenato un vero e proprio polverone mediatico: un centinaio di spettatori hanno lasciato la sala disgustati dalle immagini, giudicate troppo forti e gratuitamente provocatorie, fondamentalmente inadatte a una visione in sala. Chi ha visto il film, racconta la sua violenza come una serie di lampi fulminei, seguiti da un lento soffermarsi del regista sulle sue conseguenze, sui corpi umani, sulle ferite.

Dopo la premiere, in maniera altrettanto provocatoria Lars Von Trier ha dichiarato: “è importante non essere apprezzato da tutti. Se ciò accade, come artista hai fallito. Non sono sicuro tuttavia che hanno odiato abbastanza questo film. Se diventa troppo popolare, potrei avere dei problemi.” Significativo invece il commento di uno spettatore d’eccezione, Gaspar Noé, altro regista noto per le sue provocazioni visive inclini alla violenza. “Non riuscivo a smettere di ridere,” ha dichiarato, “Lars Von Trier ha uno houmor molto freddo, le scene sadiche avevano un aspetto nettamente divertente. In sala tutti mi fissavano perché ridevo.”

Ci sarà da aspettarsi dunque scene forti e poca inibizione, come d’altronde si è potuto notare in lavori come Antichrist e Nymphomaniac. Il film uscirà ufficialmente in Danimarca a Novembre, e andrà visto come un volto di un Lars Von Trier in fase di riabilitazione: con una certa difficoltà il regista aveva già smesso con l’uso di droghe, mentre la cura dell’alcolismo sta avvenendo proprio in questi mesi. Il legame ridetto tra creatività e uso di droghe non è stato mai nascosto da Von Trier. Lui stesso ha dichiarato qualche tempo fa: “con l’aiuto dei narcotici sono riuscito a scrivere Dogville in 12 giorni; per Nymphomaniac, quando avevo smesso con le droghe, mi ci sono voluti 18 mesi. Non sono sicuro di poter continuare a far film da sobrio.”

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