Gli attori virtuali: pro e contro dell’ascesa delle star digitali

Che strano il ruolo dell’attore, così soggetto alla mutevole turbolenza del tempo, dell’evoluzione. Gli è bastato solo un secolo per vedere la sua forma cambiare e cambiare, tante e altrettante volte, senza sosta o riposo, sommerso nell’impeto di una società malsana che fa dell’interprete una cavia da laboratorio, per poi finire a doversi scontrare con un’entità incorporea, pronta a soppiantarlo: l’attore virtuale. Pratica altresì denominata Schwarzneggerizzazione dell’attore (bizzarro termine proveniente dal libro Ehi tu, Baby! di Mark Leyner).

Basta un efficiente capacità nell’adoperare le tecniche di modellizzazione 3D della Computer Graphic, la scansione di un volto, buone facoltà di manipolazione del sonoro ed eccolo qui, in pixel e fotogrammi! Occhi spenti, emozioni inesistenti, zero studi.

Avranno il diritto di sostituirsi alla passione e al sudore?
Potranno mai diventare modelli di vita come lo erano i vecchi divi hollywoodiani?

Certo è che grazie a questa tecnica è stato possibile “resuscitare” Marilyn Monroe e Humphrey Bogart, in un film creato nel 1987 da Daniel Thalmann e Nadia Magnet-Thalmann per il 100° anniversario della società di Ingegneria del Canada.

È stato possibile anche portare a completamento Fast & Furious 7 (2015), attraverso la creazione di un Paul Walker in computer grafica che sopperisse alla sua prematura morte avvenuta nel 2013.

Ma al di là della grande opportunità di andare oltre la morte, qual è la strada più sicura da intraprendere nel contrasto tra carne e pixel?

I pareri sono molteplici e letti sotto chiavi diverse, ogni novità è portatrice di pro e di contro e ognuno sceglie a suo modo su chi puntare il proprio ago magnetico.

Per i fautori del cinema come specchio della realtà, l’attore in carne e ossa rappresenta la vita, quella vita che dalle origini ad oggi è pronto a mostrare, nominandosi portavoce di valori e sentimenti comuni ad una società e in questa direzione è giusto essere d’accordo che solo chi possiede anima e coscienza riuscirebbe a rispecchiarli; d’altra parte la concezione di un cinema nuovo, un cinema super fantastico, che va oltre l’immaginario del reale, avrebbe tanto da guadagnare se decidesse di utilizzare sintespiani, in grado di creare un duplice rapporto, di immedesimazione e al contrario di estraniazione, con il mostrato.

Per quanto riguarda il regista, grazie a quest’innovazione avrebbe la possibilità di garantirsi una ferrea coerenza al proprio disegno spettacolare, tramite la creazione di attori totalmente in linea col suo pensiero e seguendo un procedimento di correzione di espressioni, gesti e posture capaci di esprimere nella maniera più incisiva argomenti ed emozioni.

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Peter Cushing, deceduto nel 1994, “resuscitato” in Star Wars – Rogue One (2016)

Esaminando poi la questione da un punto di vista economico, l’attore virtuale comporta una diminuzione del cast e quindi una minor spesa che favorisce un maggior profitto per la casa di produzione, d’altro canto l’attore “reale” vede il suo lavoro venire pian piano abbandonarlo con contratti sempre più ridotti ai minimi tempi, dacché la sua presenza è necessaria solo in poche scene e per le restanti sostituita da un vactor.

Ma l’attore, l’uomo, porta se stesso nella rappresentazione e rende percepibili i battiti del suo cuore che penetrano nella mente dello spettatore che soffre o gioisce assieme al personaggio, all’interprete, rendendo al meglio quell’introspezione emotiva che ognuno di noi avvolto dalla morbidezza delle poltroncine rosse cerca specchiandosi al grande schermo; al contempo peró il pubblico è incantato dagli effetti digitali e dal potere che la Computer Graphic può porre nelle mani della cinematografia e di conseguenza ci porta a concludere che il cammino più sicuro li vede coprotagonisti sul set, poiché solo compiendo ognuno il proprio ruolo, il cinema potrà provare la sensazione di sfiorare la perfezione.

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