Napster, la rivoluzione digitale che cambiò il business della musica

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Quando nel giugno del 1999 Shawn Fanning e Sean Parker lanciarono un nuovo sistema di condivisione dei file, non immaginavano certamente quanto la loro creatura si sarebbe diffusa: Napster, il pioneristico servizio che rendeva semplice e immediato possedere praticamente ogni canzone mai incisa, in meno di un anno sarebbe diventato uno dei fenomeni più diffusi sul pianeta.

Il sistema su cui si basava Napster (che i Fanning e Parker avevano inziato a sviluppare nel 1998) era piuttosto semplice, ma ingegnoso, soprattutto per l’epoca: una volta installato creava una directory in cui si spostavano i file presenti nei vari PC da condividere e permetteva agli utenti connessi di scambiarsi mp3 tra loro, consentendo di arricchire la propria collezione musicale oltre ogni aspettativa. Nasceva ufficialmente il Peer To Peer.

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La copertina del Time del 2 ottobre 2000

Tutto si basava sulla condivisione, concetto che vent’anni dopo sembra così semplice, ma che all’epoca impiegò un pò a essere compreso: quando si capì la portata rivoluzionaria  dell’idea non si tornò più indietro. Questo sogno bagnato di milioni di appassionati portò Napster a crescere in maniera vertiginosa e a contare alla fine del 2000 oltre 75 milioni di utenti, aggravando nel frattempo la crisi della già malandata industria musicale, che mise sotto la lente d’ingrandimento il fenomeno. Dr. Dre e i Metallica furono tra i più categorici nemici del Peer To Peer, ma non tutti i musicisti erano contrari a Napster: Billy Corgan, Chuck D., Wyclef Jean e Peter Gabriel si schierarono a favore di quella che alcuni definivano “la nuova radio”.

Comunque, l’accelerazione delle costanti perdite (che da anni avevano messo sempre più in evidenza le difficoltà di un mercato incapace di sovvertire questo trend) portò le case discografiche a correre ai ripari pochi mesi dopo l’affermazione di Napster, chiedendo risarcimenti milionari per la violazione dei copyright. La difesa di Fanning provò a sostenere che non ci fosse alcuna violazione dei diritti d’autore da parte di chi usava la piattaforma, visto che gli utenti si limitavano a scambiare i files già in loro possesso, con un evidente fine personale e non commerciale. Dopo vari tira e molla si giunse al marzo 2001 e al verdetto che sanciva la cancellazione da Napster di tutti i brani protetti dal copyright.

La soluzione, che si reputava ponesse fine alla battaglia legale, non risolse nulla: agli utenti bastò cambiare i nomi delle canzoni e degli autori nei loro archivi, ingannando chi doveva visionare gli archivi condivisi e scavalcando così le nuove norme. Alla fine l’industria, livida per non essere riuscita ad arginare il fenomeno, riportò Napster in tribunale e ottenne il cospicuo risarcimento milionario che ne sancì il fallimento.

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Il logo storico della piattaforma

Lo spavento per la breve, ma significativa esistenza di Napster non ha fatto cambiare più di tanto l’approccio al mercato da parte delle major musicali, che, anzi, hanno continuato dritte per la loro strada, convinte di aver sconfitto insieme alla creatura di Fanning e Parker (che negli anni si sono saputi riconvertire in altre avventure digitali come Facebook, Spotify e Airtime) ogni tipo di pericolo per la propria esistenza: l’errore di valutazione è stato presto reso più che evidente dalla nascita di molti altri servizi Peer To Peer come Emule, WinMx, Gnutella e altri più evoluti sistemi come i Torrent, che hanno moltiplicato le possibilità di scambio files tra utenti.

Probabilmente, se la nascita di Napster avesse fatto aprire gli occhi ai manager a capo delle case discografiche, facendoli guardare al mercato digitale come un’opportunità da cavalcare e non come una serpe da schiacciare, la storia dell’industria musicale negli ultimi anni sarebbe stata meno tragica: ad esempio, la costituzione immediata (e non rimandata per quindici anni) di un proprio sistema di vendita legale degli mp3 avrebbe probabilmente impedito che diventasse dominate l’idea della musica “gratis per tutti”; così come una revisione e un abbattimento dei prezzi dei cd (vera causa scatenante di tutto il processo “illegale”) avrebbe preservato il sistema di vendita dei negozi “fisici”.

Nel 2013 Napster è tornato con un servizio di file-sharing a pagamento e i suoi due inventori si sono riuniti per un’altra avventura, probabilmente molto diversa e meno sotto i riflettori. Napster ha rappresentato per milioni di persone della mia generazione il primo vero esempio delle potenzialità della Rete, capace realmente di rivoluzionare il nostro modo di vivere e di incidere sulla società: credo di avere ancora qualche mp3 scambiato all’epoca, periodo fondamentale nella storia di Internet e dell’inizio della fine del mercato discografico così come lo avevamo conosciuto.

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Luca Divelti scrive storie di musica, cinema e tv su Rock’n’Blog e Auralcrave. Seguilo su Facebook e Twitter.

 

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