Il futuro della musica è davvero la playlist?

C’era quella famosa citazione da Retromania di Simon Reynolds, che diceva: “Il pop finirà non con un’esplosione, ma con un box set di quattro dischi che non avrai tempo di infilare nel lettore e un costosissimo biglietto per una riproposizione traccia per traccia di quel disco dei Pixies che hai ascoltato allo sfinimento al primo anno d’università“. Ci è tornata in mente leggendo una interessante analisi di Pitchfork su come il campo delle playlist sta diventando il nuovo vero terreno di battaglia della musica ai tempi del web.

L’articolo muove da alcune interviste a personalità chiave di servizi streaming come Apple Music, Spotify e Google Play e fa emergere alcuni dati interessanti. Siamo nei tempi in cui il web è il principale mezzo di fruizione musicale (lo streaming più il download digitale rappresentano oltre il 60% degli introiti annuali dell’industria musicale) e risulta interessante come l’ascoltatore medio usa il web per districarsi tra la musica specifica che vuole ascoltare e le scoperte che arrivano alle sue orecchie.

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Di fatto i portali di streaming come Spotify, Apple Music o Rhapsody hanno sostituito nella pratica d’ascolto comune quello che fino a 15-20 anni fa facevano le normali radio: canali di trasmissione musicale in grado di offrire una proposta variegata, distribuita in maniera equilibrata tra la heavy rotation di hits note contemporanee che il pubblico ama riascoltare e la selezione di nuove uscite curata dagli speakers esperti. A giudicare dai dati esposti da Pitchfork, questa distribuzione nelle modalità d’ascolto rimane anche all’interno dello streaming web, con gli utenti che confermano di ascoltare le playlist sponsorizzate dai portali anche più degli album ufficiali dei singoli artisti. La deduzione immediata è che attraverso le playlist di genere o mood, gli utenti web scoprano più facilmente la musica nuova, come succedeva con le radio anni fa.

Un dato che sposta in maniera decisiva il focus dello streaming web e spinge i portali a “investire” sempre di più sul concetto di playlist. Come nel mondo dance i migliori dj aiutano nella scoperta di nuova musica tramite i loro mix, nella musica generalista gli esperti scopritori di talenti curano periodicamente nuove playlist per gli utenti che ascoltano musica a tema: come le sempre più gettonate playlist per il fitness offerte da Spotify, o le liste di genere di Apple. Ci sono persino diversi utenti privati Spotify che, usando la normale funzionalità di costruzione di playlist ascoltabili da chiunque, sono diventate piccole celebrità seguite da oltre 20mila utenti.

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La cosa lascia spazio almeno a un paio di considerazioni: primo, il meccanismo delle playlist offre agli artisti una nuova possibilità di raggiungere il pubblico, con diversi esempi di artisti moderni emersi a popolarità per la loro presenza nelle compilation più ascoltate invece che per i dischi da loro pubblicati (è il caso di Lorde, diventata virale dopo esser entrata nella playlist Hipster International di Spotify). Secondo, essendo il ruolo delle playlist così importante oggi, diventa fondamentale per i portali web che siano curate da personalità autorevoli, almeno quanto i migliori speaker radiofonici. Proprio per scongiurare il principale effetto collaterale della trasformazione portata dal web, che ha moltiplicato la capillarità potenziale di ogni idea sul pubblico ma ha abbassato la qualità media delle proposte, in maniera direttamente proporzionale all’amatorialità generale dei protagonisti del web.

Le radio e i giornali cartacei storici hanno comunque professionisti del settore, mentre il carattere prevalentemente gratuito del web lascia libero spazio ai giovani aspiranti blogger, esenti dall’obbligo di formazione approfondita. L’obiettivo a lungo termine resta quello di rendere il web un mondo capace di offrire comunque qualità e professionalità, inglobando in maniera sostenibile le personalità capaci di offrirla.

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