Album: Daniel Haaksman – African Fabrics

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Un gioco carino sarebbe invitare un amico a cena, fargli ascoltare tutto il nuovo album di Daniel Haaksman senza anticipargli nulla riguardo stili, nazionalità e trend del momento e chiedergli alla fine del disco di indovinare la provenienza dell’artista. Il vostro amico si passerà una bella serata, sorseggerà un buon bicchiere di Primitivo e si lascerà trasportare da questo mix stravagante che include ritmi africani, funk brasiliano e tutta la serie di aperture esotiche di cui si parla tanto in questi anni. Voi, da bravi esperti, gli direte che la diffusione del tropical sound è una peculiarità degli anni ’10 e risponde a un’esigenza di scoperta e fantasia che la musica occidentale, soprattutto quella elettronica, sta vivendo a valle di una certa saturazione percepita nella dance. Gli direte che è questo che l’elettronica oggi ha bisogno, melodie, armonie e idee nuove per far ballare un pubblico troppo abituato a drop, wobble e sound sempre più alienanti. Gli spiegherete tutto questo, lo preparerete per bene e poi gli ripeterete la domanda: quindi ora dimmi, secondo te, da dove viene Daniel Haaksman?

Da Berlino. Tedesco. Freddo e poco flessibile, secondo lo stereotipo. E invece è quello che sta propugnando più di tutti la tropical bass in Europa, da dieci anni a questa parte, e la sua Man Recordings è il riferimento di genere nel vecchio continente. È questo il bello dell’arte moderna. I confini sono spariti e con essi i limiti. Strumenti ne abbiamo un’infinità, basta usare la fantasia ed evitare di ripetere sempre le stesse cose, solo perché funzionano sul pubblico. A volte ci vuole coraggio. E quando il coraggio arriva ed escono dischi fuori da ogni abitudine generale, ovvio che vanno premiati come meglio si può.

7,5 / 10

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