Bronson: una vita dedicata all’estasi della violenza

Questo articolo racconta il film Bronson di Nicolas Winding Refn in un formato che intende essere più di una semplice recensione: lo scopo è andare oltre il significato del film e fornire una analisi e una spiegazione delle idee e delle dinamiche che gli hanno dato vita.

Imbattersi in Bronson per lo spettatore non è affatto facile. Nato Michael Gordon Peterson, in seguito il protagonista cambierà diverse volte nome ispirandosi prima all’attore americano Charles Bronson, per poi convertirsi all’Islam come Charles Ali Ahmed, e infine “ri-battezzarsi” Charles Salvador in onore del pittore spagnolo Salvador Dalì: un misto di violenza, follia ed inaspettatamente regole ferree su alcune questioni. C’è venerazione per la violenza attuata certosinamente da un uomo che tutt’ora si trova in galera, considerato come il più violento prigioniero britannico vivente e con all’attivo centinaia di spostamenti da un penitenziario ad un altro colpa dei suoi continui “screzi” sia con i secondini che con gli ospiti degli istituti di correzione. Nicolas Winding Refn, regista nativo di Copenaghen conosciuto ai più per la pellicola del 2011 Drive ma notissimo in patria, tanto da essere considerato insieme a Thomas Vintemberg e Lars von Trier uno dei registi più autorevoli della scuola danese nel 2008, accetta questo progetto in terra d’Albione sotto consiglio del suo vecchio amico e produttore Rupert Preston (che produrrà il film), permeando di una maggiore follia e sconnessione un personaggio già sconnesso di suo.

Il prigioniero più famoso d’Inghilterra, possiede una intelligenza molto fine, condita però da un egocentrismo che lo porterà a passare quasi tutta l’esistenza nei penitenziari britannici. Ma perché tutto questo ardore violento? In realtà anche la vita di Peterson/Bronson da bambino non ha avuto sussulti che abbiano potuto comprometterne la crescita a livello emotivo, anzi viene cresciuto in modo amorevole dalla propria famiglia. Questo particolare soggetto criminale è ancora al vaglio di studi specifici da parte di diversi psichiatri, ma anche di studiosi del tema, che negli anni hanno prodotto diversi scritti sulle riforme carcerarie ed il conseguente trattamento dei detenuti. Il biopic intrapreso da regista non possiede una enumerazione rigorosa, anzi mischia i vari avvenimenti nella vita del protagonista che si nutrono di un umorismo paradossale, alternandosi ad un grado di violenza sin troppo eccessiva.

Il maggior pregio del cineasta danese è non esprimere alcun giudizio morale/sociale/politico sul protagonista, anzi riscrive una sceneggiatura precedente incentrata sul solo lato psicologico di Bronson e prediligendo un approccio sulla trasformazione dell’uomo all’interno dell’istituto carcerario. La crescita del film, alla pari con il protagonista interpretato da un magnifico Tom Hardy, perfettamente a suo agio in questi ruoli di personalità disorganiche, poggia le basi su una impostazione teatrale articolandosi in tre atti. Il disagio del personaggio è più evidente durante i soli 69 giorni di libertà che intervallano i vari arresti, trovandolo a suo agio più in situazioni limite come incontri clandestini di boxe e situazioni legali poco chiare. L’espressione di un uomo, che vuole a tutti i costi essere famoso attuando atti di violenza così da trasformasi in un virtuoso della brutalità e della ribellione, va a nozze con il regista che per sua stessa ammissione considera proprio la maestria in un determinato talento come un atto eversivo.

La pellicola, che strizza l’occhio in maniera neanche troppo celata a Stanley Kubrick ed al suo film del 1971 Arancia Meccanica, ma anche ad Alan Parker in The Wall, ha una colonna sonora per palati fini, dimenandosi tra Wagner ed i Pet Shop Boys, ma anche toccando il nostro Giuseppe Verdi per arrivare ai New Order. Antitesi musicali, esattamente come la cronologia sfasata degli avvenimenti esposti. Quello che ne esce da una figura così controversa, che oltre ad essere un personaggio problematico è uno scrittore e pittore anche abbastanza bravo che si è portato a suo modo a raggiungere una sorta di estasi dei sensi grazie alle sue azioni. La mancanza di una linearità negli avvenimenti invoca nello spettatore una sensazione costante ansiogena e claustrofobica che però ci fa porre una domanda più che lecita: “Ma Bronson ci è o ci fa?”

Il dubbio a volte è che l’uomo si sia creato un personaggio da esporre al pubblico, da lì anche la scelta del regista di collocarlo nella pellicola su di un palco teatrale. D’altronde cos’è la vita se non un eterno teatrino dove “pirandellianamente” indossiamo delle maschere tutti i giorni? Bene, Bronson forse è andato un po’ troppo oltre, varcando il sottile confine del labile.